Si può dimostrare che Dio esiste - con la matematica? Sostenne di sì il matematico inglese George Boole. Nel 1854 nel suo libro "Le leggi del pensiero" pubblicò una prova basata sull'algebra della logica da lui inventata (e usata da mezzo secolo per progettare i circuiti dei computer). Non riporto qui la prova che è un po' lunga. Stranamente l'ho discussa in un mio romanzo ("Dio e il Computer"). Cito solo le due possibili tesi considerate da Boole. La prima è "L'universo è sempre esistito". La seconda: "L'universo ha cominciato a esistere in un certo momento del passato - ed è stato creato da un altro essere."
Parrebbe impossibile concepire una terza tesi. Invece la teoria della gravitazione e l'elettrodinamica quantistica, considerate congiuntamente, suggeriscono proprio una terza possibilità. Non vi spaventate. La questione è complicatissima, ma qui ve la semplifico al massimo. Se qualche fisico leggesse queste righe, si scandalizzerebbe, trovandole imprecise e approssimative. Avrebbe ragione e chiedo perdono: in chiusura, però, suggerisco un'altra fonte da cui trarre considerazioni più rigorose - anche se non più comprensibili da profani.
Siamo abituati da sempre a considerare il nostro mondo come esistente in 3 dimensioni geometriche: altezza, larghezza e profondità. Per chi ha studiato un po' di geometria, possiamo parlare di 3 assi perpendicolari fra loro: x, y e z. Poi c'è la quarta dimensione costituita dal tempo. Ne ho già parlato a proposito del concetto di cronotopo. Be': chi ha studiato bene la elettrodinamica quantistica ci suggerisce autorevolmente che il mondo si può considerare costituito sempre da 4 dimensioni, solo 2 delle quali, però, sono spaziali - geometriche. Le altre 2 sono dimensioni temporali, ma non sono reali: sono immaginarie.
Attenti qui! Non sto usando il termine "immaginario" nel senso usuale nel linguaggio comune, di "non reale" o "concepito fantasticando". Lo uso nel senso matematico in cui certi numeri, detti complessi, sono composti di 2 parti. La prima parte è un numero reale a (positivo o negativo) come quelli che usiamo normalmente. La seconda parte b , che si somma alla prima, è costituita da un altro numero (positivo o negativo) che, però, è moltiplicato per la radice quadrata di -1, e si chiama "parte immaginaria". La radice quadrata di -1 la chiamiamo "i" o "unità immaginaria". Quindi possiamo scrivere: i . i = i2 = -1 e anche (-1 = i. Un generico numero complesso si scrive a + i b. Per sommare due numeri complessi, si sommano separatamente la parte reale e quella immaginaria. Per moltiplicarli, si usano le regole dell'algebra, tenendo conto del fatto che ogni volta che moltiplichiamo i per i otteniamo -1. Facciamo un esempio:
(3 + 2i) (2 - 4i) = 6 - 12i + 4i + 8 = 14 - 8i (per controllare che è giusto basta l'algebra della scuola media).
E perchè sono rilevanti qui i numeri complessi? Ma perchè servono per definire la distanza fra due punti nello spazio-tempo che siano separati da una lunghezza reale (in metri) e da un tempi immaginario (in i-secondi). Questa visione del mondo è stata concepita da fisici professionisti seri e implica che il tempo reale in cui crediamo di esistere e di cui parliamo tradizionalmente, è, forse, un'illusione. Il tempo vero sarebbe quello a due dimensioni immaginarie.
Questa ipotesi avrebbe una conseguenza radicale. Non avrebbe più senso parlare di un inizio del tempo, nè di alcun punto singolare come quello corrispondente all'evento iniziale del Big Bang avvenuto circa 15 miliardi di anni fa e che taluno identifica con la creazione del mondo. L'universo ci apparirebbe come sempre esistito, senza discontinuità, confermando la prima fra le due tesi di Boole.
E' accertato, però, che l'universo si sta espandendo