Quando è possibile, io cerco sempre di seguire un approccio logico-sperimentale. Lo definisco:
Da osservazioni e misure di eventi naturali e di risultati di esperimenti, costruire modelli concettuali ed eventualmente formali e quantitativi e dedurne logicamente conclusioni che permettano di prevedere l'avvenire. Lo scopo della fisica matematica è, appunto, prevedere i risultati di esperimenti ancora non eseguiti. Non è possibile farlo con precisione infinita. I fisici riescono a farlo entro una parte su un miliardo. In casi di meccanismi complessi e mal noti ci accontentiamo di una parte su mille o su cento. In certi casi (come quelli di processi socio-economici) i dati sono scarsi e contraddittori e i meccanismi appena intravisti. Allora ci si limita a delineare scenari ragionevoli e plausibili espressi in modo discorsivo. L'accuratezza delle previsioni fatte, allora, è discutibile.
Ho scritto sopra "logicamente", ma nell'ultimo secolo la definizione della logica è cambiata. La logica aristotelica è sempre alla base di ogni conoscenza e comprensione del mondo (e anche dell'informatica), ma è incompleta. Esistono logiche a 3 o più valori (in cui datur tertium et quartum) e G(del ci ha insegnato a costruire proposizioni logiche di cui si dimostra che sono vere e, insieme false. Intanto la elettrodinamica quantistica ha imposto di rivedere i rapporti fra cause ed effetti. A livello sub-microscopico quantistico, talora gli effetti si verificano prima delle loro cause. Questa teoria sembra assurda anche agli scienziati che l'hanno formulata - però permette di prevedere il risultato di certi esperimenti con una accuratezza di una parte su cento miliardi. L'accordo con la realtà è un criterio molto robusto.
Non disprezziamo le teorie che sembrano assurde, se l'osservazione della realtà le conferma con precisione. Invece l'assurdità non è criterio adeguato per accettare una verità: al contrario. Appare, dunque, irrilevante la frase di Tertulliano sulla credibilità dei dogmi: credibile quia ineptum (è da credere proprio perchè illogico, che è stata travisata in "credo quia absurdum").
Naturalmente è alieno dall'approccio logico-sperimentale ogni tentativo di stabilire una fede in eventi non osservati o non osservabili in modo misurabile e ripetibile. Dal punto di vista logico-sperimentale anche i miracoli sono semplicemente non-eventi.
La previsione di eventi futuri è, comunque, difficile. La storia dell'umanità è una sequenza di decisioni prese in condizioni di incertezza - o anche di totale ignoranza. Ma ci troviamo continuamente a dover prendere la decisione di fare (o non fare) qualcosa. Sarebbe bene disporre di criteri efficaci per comportarsi meglio: una morale? Invece la mancanza di una morale efficace porta infelicità ai singoli e alle nazioni: in casi estremi porta al suicidio, al caos, alla guerra, al dissesto economico od ecologico.
Non sappiamo bene quanto sia probabile che una di queste catastrofi ci colpisca. Certo ciascuno di noi intravede modi in cui le cose potrebbero andare meglio. Perchè non ci vanno? La ragione è che per governare le nostre azioni non bastano più le regole e i metodi tradizionali. Furono formulati in tempi antichi e non riflettono più la realtà del mondo di oggi. Ce ne rendiamo conto considerando le sfide dei sistemi tecnologici, finanziari, politici - sempre più grandi e complessi. Ce ne rendiamo conto nella nostra vita personale.
Oggi siamo insoddisfatti pur essendo molto più ricchi dei nostri antenati. La letteratura e la tradizione ci dicono che gli esseri umani non sono mai stati soddisfatti. Oggi, però, sappiamo più cose. Apprezziamo meglio il divario fra i livelli che abbiamo raggiunto e quelli molto più alti che potremmo raggiungere. Non siamo deprivati - nè economicamente, nè culturalmente - ma soffriamo di deprivazione relativa. Intanto abbiamo a disposizione strumenti efficaci per migliorare la nostra situazione. Alcuni inventati secoli fa, come la stampa, e usati solo da pochi. Altri sono stati sviluppati in epoca recente in ambito industriale. Provo a descriverli: penso che possa essere utile anche a chi ha pensato finora che i modi migliori di comportarsi debbano essere dettati da dottrine religiose, filosofiche o umanitarie. Queste cercano di suggerire regole generali fisse. Per adattarsi a tante situazioni diverse, le regole fisse devono essere semplici. Quindi non servono davvero quando ci si trova in conflitto fra due scelte. Nessuna delle due sembra cattiva. Tutte e due comportano rischi: arduo decidere.
Le regole religiose o umanitarie, poi, aiutano poco per affrontare problemi più vasti: sociali, civili o politici che richiedano competenza specialistica. E non possiamo accettare tutte le credenze antiche perchè si contraddicono le une con le altre. Certe azioni erano considerate meritorie in certe epoche e presso certi popoli e abominevoli in altre epoche e regioni. In generale le regole e i principi morali migliorano. Rispetto a qualche secolo o anche solo a qualche decennio fa, c'è oggi meno violenza, meno rigidità, più altruismo. A prima vista sembra che non sia così perchè la violenza più vicina a noi ci fa più impressione. Le stragi in Cambogia, in Somalia, in Bosnia e le violenze dei terroristi, dei fondamentalisti e dei neonazisti sono orrende. Ma per fortuna sono meno gravi degli eccidi e dell'Olocausto della Seconda Guerra Mondiale. Sono meno orrende degli annientamenti di interi popoli avvenuti secoli fa, quando ancora non era stata coniata la parola 'genocidio'. Certo il miglioramento è lento
La morale viene definita come una disciplina o un sistema per comportarsi bene. "Mores" è parola latina che indica i modi in cui la maggioranza della gente è abituata a comportarsi. E dovremmo continuare a comportarci come in passato? Può essere questa la nostra salvezza? No. Non può essere vero. Specialmente in un periodo in cui tutto sta cambiando e diventando più complicato.
Ci vengono offerte sempre più occasioni e diventa più difficile e impegnativo sceglierle in tempi brevi. Succedono più cose e tocca a noi fare in modo che succedano quelle giuste. A questo scopo dobbiamo decidere quali siano le cose giuste. E chi ce lo insegnerà? Se non ce lo insegnano le religioni in misura adeguata, potremmo rivolgerci ai filosofi. Ce ne sono stati di seri, ma bisogna stare attenti. Molti filosofi contemporanei sono inaffidabili. Hanno accettato le scervellatezze peggiori tirate fuori in tutta la storia del pensiero umano. Le hanno mischiate insieme, prendendole tutte per buone. Fanno orrendi pasticci di arte, religione, mitologia e peculiare filosofia. Poi cercano di propinarceli come esempi di cultura superiore.
Le morali religiose antiche imponevano liste di azioni proibite (come 'non uccidere', 'non rubare') e di azioni obbligatorie (come: 'onora il padre e la madre'). E andavano bene per gente che viveva in un mondo semplice - per pastori di qualche migliaio di anni fa. Ma queste liste di azioni imposte o vietate non funzionavano. Le eccezioni erano frequenti a seconda delle circostanze. Per spiegarle, per farle funzionare, dal III al V secolo ricorsero a criteri e ragionamenti complessi gli autori del Talmud, la grande opera di commento e interpretazione della legge biblica scritta e orale.
Altri, invece, hanno cercato di evitare gli elenchi suggerendo criteri generali per distinguere le azioni buone da quelle cattive. Le due regole più note sono : 'Ama il prossimo tuo come te stesso' e 'Agisci come se la massima della tua azione dovesse diventare per tua volontà norma universale' (Kant).
Ma queste regole notoriamente non sono state molto seguite. Hanno avuto qualche effetto positivo, ma oggi si rivelano sempre più inadeguate. Perché ?
Perché, come dicevo, il mondo diventa sempre più complesso e le conseguenze delle nostre azioni sono sempre più difficili da prevedere. Non basta, quindi, avere buone intenzioni e prefiggersi fini buoni. Siamo responsabili delle conseguenze ultime. La morale efficace è quella che porta a ottenere buoni risultati finali non quella che giustifica le buone intenzioni anche di coloro che per ignoranza producono danni gravi a se e agli altri. Perciò dobbiamo diventare più bravi a prevedere l'avvenire, il che è difficile quando troppe situazioni cambiano continuamente. In questa situazione, come avevano capito i talmudisti, le regole fisse come quelle bibliche non bastano: sono vaghe e insufficienti. Oggi ci vogliono regole nuove, più stringenti, più complicate, che incorporano dosi maggiori di conoscenza. Chi non ha imparato abbastanza, è già immorale.
La nostra ricchezza - crescente - è fatta sempre meno di oggetti materiali. È fatta sempre più di idee e di conoscenza. Questi due fattori creano efficacemente ricchezza in ogni campo: dall'agricoltura all'industria e ai servizi. Se però la nostra conoscenza è distorta o mal diretta, produce sconcerti e distruzioni di ricchezza anche più dannose di furti, latrocini e appropriazioni indebite. Basta pensare ai grandi progetti che hanno richiamato enormi investimenti e poi non sono mai stati completati. Si chiamano 'cattedrali nel deserto'.
Dunque dobbiamo organizzarci diversamente - per evitare gli sprechi, le regole sociali assurde e opprimenti, le decisioni sbagliate e la mancanza di decisioni che sarebbero vitali. La regola di base da adottare è semplice (da enunciare, non da mettere in pratica):
SFORZATI DI PREVEDERE LE CONSEGUENZE DI QUEL CHE FAI E AGISCI IN MODO DA PRODURRE EFFETTI POSITIVI ANCHE A LUNGO TERMINE.
E quanto può essere lungo il termine verso il quale guardiamo? Deve essere il più lungo possibile - anche se le difficoltà di previsione razionale dell'avvenire ci impongono termini corti o fanno sì che i risultati ottenuti talvolta siano diversi da quelli sperati.
Nel caso della morale - paradossalmente - è l'industria che ci può dare insegnamenti validi anche nella sfera personale. È pratica industriale antica quella di collaudare le componenti prodotte, di eseguire prove sui materiali e sui prodotti finiti. Già da molto tempo l'artigiano o l'industriale che vendono un prodotto inadatto all'uso o tanto difettoso da causare danni agli utenti vengono considerati responsabili e tenuti al risarcimento.
Ma negli ultimi decenni sono successe cose nuove. Molti industriali hanno assunto su di se responsabilità più pesanti ed estese. Mirano alla gestione totale della qualità. I principi relativi sono stati sviluppati in USA, poi migliorati ed estesi in Giappone. Implicano che pianificatori, progettisti, tecnici, operai, contabili diventino tutti in certa misura scienziati. La scienza non è da intendere come un insieme di teorie astratte prodotte da menti sovrumane. E' fatta anche di regole pragmatiche in accordo con la realtà e che permettono di prevederne gli sviluppi. La qualità della nostra vita è migliorata in conseguenza delle innovazioni introdotte dalle industrie nella qualità della progettazione, dei materiali, dei metodi di produzione. È un progresso non solo materiale, ma anche intellettuale. Infatti l'intelligenza umana si esplicita nei programmi dei computer che governano robot, macchine operatrici automatiche, laser, trasporti interni e telecamere per collaudi visivi.
Non sostengo che oggi tutto vada ovunque per il meglio. Non sostengo che i prodotti industriali siano perfetti - del tutto perfetti non lo saranno mai. Anzi: è vero che l'aumento della popolazione, delle dimensioni dei nostri artifatti, delle velocità e delle quantità di energia messe in gioco implica rischi crescenti e occasionalmente tragedie e danni gravi. Chi progetta, realizza o gestisce grandi opere o sistemi ha responsabilità più gravi. E' bene che sia controllato dalla società - per mezzo di controllori adeguatamente competenti.
In genere, però, rispetto ai livelli raggiunti dalla qualità industriale, spesso chi è rimasto in ritardo sono gli utenti. Siamo noi. Questa affermazione suona paradossale. Infatti oggi siamo più colti di 30 o 40 anni fa. Il numero degli studenti che si laureano ogni anno è quadruplicato, facciamo lavori più interessanti e sofisticati, usiamo più computer, sprechiamo meno tempo nei viaggi (gli aerei sono quattro volte più veloci e le velocità medie dei viaggi in auto sono raddoppiate, malgrado che i limiti di velocità siano più bassi). Però non abbiamo imparato a comportarci meglio, nè a impiegare meglio le risorse umane. Molti di noi mugugnano per gli inconvenienti che incontriamo nell'uso della tecnologia o dei sistemi tecnologici. E non apprezziamo che molti di questi inconvenienti dipendono dalla nostra propria inadeguatezza come operatori dei sistemi, o come utenti.
Le cose andranno meglio se applicheremo una nuova moralità quando ci metteremo a emulare anche a livello personale i miglioramenti qualitativi già conseguiti dall'industria. Come possiamo fare?
Dobbiamo progettare sul lungo termine anche le nostre attività individuali nei modi in cui compriamo oggetti e servizi, nell'impiego del tempo libero. Nel nostro lavoro dobbiamo assumerci responsabilità oltre quelle che ci vengono affidate formalmente. Dobbiamo offrire qualità migliore di quella che ci viene richiesta. Dobbiamo immaginare obiettivi nuovi e nuovi modi di raggiungere quelli tradizionali. Se ci proveremo in tanti, realizzeremo una società migliore.
Nella nostra vita privata progettare sul lungo termine significa tarare i nostri rapporti con i familiari, con gli amici, con gli estranei, con gli enti in modo da ottimizzarli. Così realizzeremo per noi stessi una vita migliore. Significa non solo rifuggire dal vandalismo e collaborare con chi lo combatte, ma anche evitare le congestioni nell'uso di sistemi. A questo scopo dobbiamo informarci e osservare quando un livello di servizio si deteriora perché tentiamo in troppi di sfruttare le stesse risorse energetiche, stradali o delle reti di telecomunicazione. Poi dobbiamo cercare di scaglionare la nostra domanda di servizio nel tempo.
Per fare tutti insieme queste cose di che cosa abbiamo bisogno, allora? Ma proprio di una nuova morale. Secondo Lucien Lévy-Bruhl (l'antropologo della 'mentalità pre-logica che scriveva agli inizi del secolo scorso) non è possibile dettare una teoria della morale perchè avrebbe un contenuto non teorico, ma pratico. Poi sosteneva che le teorie morali sono irrilevanti. Infatti, qualunque ne sia l'origine (religiosa, umanistica, razionalistica) i dettami che se ne traggono sono quasi sempre identici. Questo dovrebbe già insospettire. Se tante teorie e tradizioni convergono a suggerire comportamenti simili e non sono servite a eliminare comportamenti perversi o scervellati, c'è da concludere che a tutte manchi un elemento essenziale. Manca la morale dei risultati. Questa deve avere rilevanza pratica. Deve suggerire metodi efficaci per far succedere le cose che riterremo giuste dopo aver raccolto informazioni adeguate e dopo averci ragionato sopra. Non possiamo idearla, nè praticarla se non impariamo di più, di continuo, su tutto. Dobbiamo trarre insegnamenti anche dai principi di qualità globale che stanno alla base di un importante movimento in tutti i paesi industriali. Questi insegnamenti possono giovare anche nella sfera personale e nelle iniziative per migliorare la gestione della cosa pubblica. Sia in un caso, sia nell'altro è urgente pensare metodi nuovi.
Appoggiandoci sulla forza della ragione e dell'esperienza possiamo migliorare la qualità della nostra vita, la nostra qualità di viventi e anche l'ambiente - naturale o artificiale - in cui viviamo. Ogni volta che accettiamo principi gratuiti non dedotti logicamente dall'esperienza, andiamo a caso: non è così che possiamo migliorare noi stessi e il mondo.