cultura

Testi – estemporanei o rivisti con calma? -
di Roberto Vacca – 28 giugno 2012

Pare che Hemingway avesse riscritto 26 volte l’ultima pagina del suo romanzo “A Farewell to Arms”. Mi sembrava un’esagerazione Il romanzo era buono, ma non era opera talmente somma da richiedere tanta cura perfezionistica. Però cominciai a chiedermi se non ci fosse una correlazione fra la compulsione alle revisioni di Hemingway e il fatto che gli avessero dato il premio Nobel per la letteratura.

Parecchi decenni più tardi John Kenneth Galbraith sosteneva nella prefazione al suo libro “The New Industrial State” (1967) “I miei scritti cominciano ad apparire spontanei dopo la quarta o la quinta revisione.”. Il libro è interessante. Definiva le tecnostrutture. Denunciava l’anacronismo delle leggi anti monopolio. Individuava nella mancanza di cultura moderna una delle cause della disoccupazione. Vale la pena di rileggerlo. Quando lo lessi avevo 40 anni.

Trovai irritante la nota di Galbraith. Mi dissi: “Che bisogno c’è di tante revisioni? Se sai quel che vuoi scrivere, rifletti bene prima, così non hai bisogno di rivedere.” Avevo pubblicato due libretti scritti proprio così.

Riflettevo a lungo su ogni frase finchè non mi soddisfaceva – e poi non cambiavo neanche una parola. Non erano male, ma avrei potuto migliorarli molto. Me ne resi conto bene quando Donato Barbone (che era Condirettore Letterario e Segretario Generale di Mondadori Editore) gentilmente passò con me molte ore a revisionare e correggere il manoscritto del mio saggio “Il Medioevo Prossimo Venturo”. Spezzammo frasi e ne cancellammo altre (anche interi paragrafi e due capitoli).

Cambiammo parole. Togliemmo citazioni e riferimenti inutili. Trasformammo proposizioni passive in attive. Oltre a migliorare la forma, discutemmo i contenuti,. eliminando fallacie e non sequitur. Fu una buona scuola per me. Negli anni successivi mi occupai di leggibilità e introdussi in italiano l’indice definito da R. Flesch per l’inglese. Così imparai a produrre testi di più agevole lettura. Si impara facendo, quindi migliorai parecchio il livello dei miei messaggi scrivendo relazioni tecniche, articoli di giornale e tanti libri. Non c’è dubbio che la revisione del testo [in inglese si chiama “editing” e chi la fa si chiama “editor”] migliora la qualità. È bene che sia praticata da professionisti che collaborano con l’autore. Nei paesi anglosassoni c’è una buona tradizione di editing. In Italia ce ne sono di ottimi – ma in anni passati ne ho incontrati alcuni piuttosto penosi anche presso qualche editori di buona reputazione. Questa premessa mira a ispirare diffidenza verso i messaggi improvvisati.

Chi li produce non ha tempo per editing e nemmeno per riflettere su quello che sta scrivendo. L’insistenza che sia meglio avere connessioni mobili in rete, implica che è sempre un bene comunicare e scambiare messaggi – anche se si è in viaggio, in moto – quando si sta su un piede solo. Lo nego. Consiglio, invece, di astenersi dall’uso dei blog e dalle connessioni in cui si chatta in tempo reale. Sono connessioni che vanno bene per chiacchiere di poco conto.

Facciamone meno e concentriamoci su discorsi di rilievo – fatti dopo aver pensato e meditato. Dopo 3 secoli tocca dar ragione a Metastasio che scrisse: “Voce dal sen fuggita – poi richiamar non vale – non si trattien lo strale – quando dall’arco usciì.”. – anche se i versi non sono un gran che (specie per chi non ama i settenari). Sfruttiamo l’utile caratteristica della posta elettronica di essere asincrona. La spediamo quando vogliamo e il mittente la legge quando è comodo – e risponde nei suoi tempi.

Negli uffici americani dell’IBM su ogni muro c’era un cartello che diceva:

THINK

In Italia più ragionevolmente i cartelli dicevano:

RIFLETTETE