cultura

Ridondanza – ovvero “Sintassi per i sordi” –
di Roberto Vacca, 29/6/2012

Una frase del Vangelo di Matteo (V, 37) dice: “Il vostro discorso sia: si, si – no, no. [Sit autem sermo vester: Est Est, Non Non]” Non basta dire una volta “Si” o “No”:. meglio dirlo due volte. Quel messaggio sintetizza il concetto della teoria dell’informazione che la ridondanza è utile per comunicare chiaramente ed evitare che le nostre parole vengano corrotte o travisate.

La teoria dell’informazione insegna a codificare i messaggi in modo che si correggano da soli e si possano ricevere correttamente anche se vengono trasmessi su una linea di comunicazione (telefonica o telematica) affetta da disturbi (tecnicamente si chiama “rumore”) che omettano o alterino qualche elemento.

È proprio grazie a questi codici auto correttivi che le nostre telefonate e le nostre e-mail, quasi sempre, arrivano perfettamente. I codici a rivelazione di errore aggiungono o tolgono un bit a ogni “parola” in modo che sia pari. Se in trasmissione una diventa dispari, si denuncia subito che è sbagliata. Serve a questo l’ultima lettera nel nostro codice fiscale. Poi ci sono i codici convoluzionali in cui ogni gruppo di k bit viene sostituito da una combinazione lineare di quei bit stessi e di altri gruppi precedenti anch’essi di k bit. La procedure è complicata, ma permette di correggere gli errori, non solo di rivelarli.

I nostri linguaggi umani sono comprensibili proprio perché sono molto ridondanti.

Gli arabi scrivono in modo meno ridondante: omettono le vocali non accentate. Chi legge le ricostruisce basandosi sul contesto. Quasi mezzo secolo fa pubblicai (nel mio libretto “Esempi di Avvenire”) un pezzo in italiano omettendo tutte le vocali non accentate. Sembrava un po’ scritto in romagnolo, ma si capiva abbastanza bene. Dovremmo riflettere: anche le parole che pronunciamo sono immesse in canali di trasmissione affetti da rumore. Ci sono altre persone che parlano, ronzii, rombi di auto, fischi di aerei, musiche, tuoni e così via. I vecchi spesso sentono bene una persona sola che parli (meglio se a voce alta, non acuta e staccando bene le parole. Invece non sentono e non capiscono, se la gente che parla è tanta o se c’è una TV accesa. Questa condizione è stata chiamata “sindrome del cocktail party”. Per fortuna i tecnologi ci offrono ora amplificatori del suono efficaci. Alcuni sono direzionali: li puntiamo verso un interlocutore e sentiamo la sua voce amplificata, ma resta basso il volume delle voci di terzi. In vari casi la ipoacusia (sordità) si può curare.

Quindi conviene farsi consigliare da uno otorinolaringoiatra e, poi, munirsi di apparecchi acustici se necessario. Però farebbe bene a ricorrere ad altre codifiche non tecnologiche chi voglia farsi capire dai sordastri. Andrebbero chiamati “ipoacusici”, ma essendo io stesso leggermente sordastro, uso il termine più colloquiale.

Ricordo (come faccio spesso) che le lingue umane non sono fatte di parole, ma di frasi. Le frasi per essere capite devono essere costruite con una sintassi condivisa. Le parole messe insieme a caso sono spesso ambigue – o prive di senso.

È ammesso che alcune siano sottintese o integrate dal contesto o da altri segnali (suoni, rumori, gesti – se visibili e compresi dall’ascoltatore). Se suono a una porta e mi chiedono: “Chi è?” Posso rispondere: “Sono io.” Familiari o amici riconosceranno la mia voce e apriranno. Se ho sbagliato porta, un estraneo chiederà: “Io – e chi cavolo sei?” In generale è meglio rispondere col proprio nome – o con la qualifica (“Sono l’Ufficiale Giudiziario.”) Se ho in mano una caffettiera e chiedo: “Ne vuoi?” , tu mi capisci – a meno che io non sia alle tue spalle o in un’altra stanza. Se mi rispondi: “E la tazza?”, capisco che ne vuoi una, ma in altra situazione considererei la frase priva di senso.

La notte scorsa mi sono alzato alle 3 per andare a controllare una citazione bibliografica. Mia moglie mi ha sentito e ha detto: “Abbassa”. Non ho capito. Avrebbe potuto intendere: “Abbassa le pretese nella trattativa che andrai a condurre stamattina.” Oppure: “Abbassa il setting della temperatura del termostato nel frigo:” o: “Abbassa la cresta”. Poi, a domanda, ha risposto: “La velocità del ventilatore.” Concludendo le regole sintattiche per parlare con chi sente poco sono. Non usare gesti, nè monosillabi, né frasi monoverbali (di una parola sola)

Usare parole di parecchie sillabe (“automobile”, non “auto”. “Televisione”, non “tivù”) Usare spesso frasi successive che esprimano lo stesso significato con parole diverse (ad esempio: “Ti prego conferma l’appuntamento con l’oculista – Ora che vado a farmi controllare gli occhi, faresti bene a venire anche tu”. Cominciare ogni discorso con alcune parole usuali che facciano da riempitivo [ad esempio: “Senti che cosa ho pensato ---“.] – servono a far sintonizzare sulla tua voce chi ti ascolta. L’ultimo di questi consigli concorda con quanto mi disse un mio amico prete gesuita: “Quando chiedo a un mio penitente da quanto tempo non si confessa, non sono davvero interessato alla risposta. Sono fatti suoi. Sentendo la sua risposta, mi abituo alla sua voce ed evito di fargli ripetere a voce più alta la confessione dei suoi peccati.”