cultura


Joe Weizenbaum

Lo psicodramma corre sulla Rete
Ma più che le violenze virtuali fanno danni gli attacchi dei virus
. Roberto VACCA - Il Messaggero - 13ottobre- 2003

Non si conoscevano fra loro e non si presentavano col loro nome. Erano ospiti della Xerox Corporation e partecipavano on line a LambdaMoo - un gioco simile a uno psicodramma. Ognuno di loro poteva creare oggetti e ambienti in cui far agire un proprio personaggio, chiamato con uno pseudonimo. Ogni partecipante inviava a tutti gli altri le sue battute e la descrizione delle sue azioni. Ne
risultava un testo collaborativo simile al copione di un film.

Un giorno un personaggio chiamato Bungle (letteralmente Pasticcio) la fece grossa. Usò un programma (scritto dal suo creatore) per bloccare gli altri e imporre parole e azioni che inventava lui a quelle che stavano per immettere altri personaggi. Due di questi - Legba e Starsinger (Cantante-delle-stelle) - vennero forzati da Bungle a compiere azioni disdicevoli che si conclusero con uno stupro (virtuale, certo). La cosa andò avanti fin quando un altro operatore introdusse un programma che bloccò Bungle.

Questi eventi accaddero realmente dieci anni fa. Sono stati raccontati soltanto ora nel numero di Giugno 2003 della rivista Technology and Society dell'Ieee, l'Istituto degli Ingegneri Elettrici ed Elettronici americano. L'articolo discute varie questioni: “Cosa ha spinto Bungle a forzare quello stupro cibernetico?” “Quanto è grave la colpa di Bungle - e deve essere punito?” “Quanto sono seri i danni psicologici riportati da Legba e Starsinger per aver subito quell'offesa violenta (anche se era solo virtuale: fatta di parole contenute in E-mail?)” “Come evitare o proibire violenze simili?”

Certo si potrebbero imporre regole alle comunicazioni su Internet. La cosiddetta “Netiquette” (= etichetta per le comunicazioni in rete) sembra che non basti. Ma dove fermarsi? L'idea che possa esistere uno stupro virtuale richiama quella del sesso virtuale. Questi ingegneri americani lo definiscono: «Una comunicazione fatta attraverso computer che si proponga di eccitare sessualmente almeno una persona in carne e ossa». E chi potrà imporre regole al sesso virtuale? Sulla rivista americana ne segue una discussione interminabile che richiama quelle dei talmudisti. Ad esempio: quali sono le responsabilità di chi redige i programmi che controllano automaticamente le azioni di esseri umani? Quanto seriamente bisogna cercare di prevedere quali messaggi o programmi possano essere offensivi per qualche corrispondente o partecipante ad attività di gruppo? Se non ho previsto la possibilità che un mio programma, o un messaggio che il mio programma accetta e trasmette, causino gravi turbe psicologiche a qualcuno, sono ugualmente colpevole (di omissione)?
Nel caso di LambdaMoo la maggioranza dei partecipanti manifestò l'opinione che Bungle non doveva essere punito, né cacciato. Dissero: «Se il gruppo non si è dato regole, non si può bollare qualcuno perché si è comportato in modo aggressivo e volgare». Ciò malgrado intervenne un altro operatore del gruppo e introdusse un programma che escludeva Bungle. Sembra, però, che lo stesso anonimo individuo, che pilotava il violento Bungle, sia riuscito a rientrare nel gruppo con il nuovo pseudonimo di Dr.Jest (Dottor Scherzo).
Ma queste discussioni sulla moralità delle violenze virtuali non sono tanto interessanti. Mi sembrano eccessivi anche i timori dei danni psicologici che possono patire le persone violentate a parole. Tutti noi che siamo connessi in rete, corriamo ogni giorno rischi ben più gravi. I vandalici originatori dei virus telematici possono distruggere le memorie dei nostri computer. Il danno non è solo psicologico. Oltre alle registrazioni dei nostri pensieri e delle lettere scambiate con persone care, possiamo perdere il frutto del nostro lavoro. Se non stiamo attenti, perdiamo tempo e soldi. Quando ci succede, schiumiamo di rabbia. A me accadde una sola volta: un virus (falsamente etichettato come proveniente da un'azienda di software) distrusse tutti i miei file doc. Il danno non era grave, perché avevo salvato quei documenti su altri dischi, ma l'irritazione era ugualmente profonda. Dissi a un amico: «Se avessi fra le mani l'autore di quel virus, lo farei a pezzi». Il mio amico, persona correttissima, rispose: «Non dire così. Non è politicamente corretto».
La risposta giusta è che bisogna stare attenti. Bisogna usare gli antivirus - e tenerli aggiornati. Chi decide di chiacchierare in rete, scambiando battute in tempo reale, cioè chattando con sconosciuti, deve attendersi il peggio. Molti habitués di questa attività si presentano sotto mentite spoglie, fanno domande indiscrete alle signore (“che misura di reggiseno porti?”) o cercano di rimorchiare. La probabilità di incontrare persone interessanti è minima. Incontrarne in rete, invece, è frequente - se si vanno a cercare testi, pubblicazioni, opere d'arte, manifesti o proposte in campi che ci sono congeniali. Conosciuta una persona interessante, poi, non conviene comunicare con un ping-pong di battute una dopo l'altra. E' meglio entrare in corrispondenza utilizzando E-mail. C'è il vantaggio che lo scambio di messaggi è asincrono: cioè, posso inviarli quando voglio e il destinatario li leggerà, e risponderà, quando ha tempo. Altro vantaggio è che riflettiamo con calma su quello che vogliamo dire veramente e così ci esprimiamo meglio.
Più in generale: non dobbiamo accontentarci. Una forma meno tecnologica di sesso virtuale è costituita dalle telefonate porno a pagamento, pubblicizzate di notte da certe reti televisive minori. A Napoli si dice: «Dove c'è gusto, non c'è perdenza». Alcuni di noi, però, pensano che i prodotti originali siano da preferire ai surrogati.
Joe Weizenbaum, noto esperto di intelligenza artificiale, quaranta anni fa realizzò Eliza, un programma di computer interattivo, che simulava uno psicanalista. I pazienti scrivevano le loro frasi su una tastiera ed Eliza formava sullo schermo risposte concilianti.
Ad esempio - Paziente: “Ho bisogno di aiuto”. Eliza: “A che ti servirebbe l'aiuto?” - Paziente: “Ad andare d'accordo con mia madre”. Eliza: “Parlami della tua famiglia”. Paziente: “Mia madre si cura di me”. Eliza: “Chi altro si cura di te?” Paziente: “Mio padre”. Eliza: “Tuo padre”. Paziente: “Tu sei un po' come mio padre”. Eliza: “In che senso?” Paziente: “Non sei aggressivo e credo che tu non voglia che io me ne accorga”. Eliza: “Perché pensi che io non sia aggressivo?”
Come si vede Eliza non era una grande terapista. Pure alcuni pazienti sostenevano di essere stati finalmente compresi da questo consigliere così apparentemente impersonale.
I computer, dunque, sono strumenti ottimi. Amplificano i modi in cui possiamo esprimere concetti, idee, parole, immagini. E' sbagliato considerarli come persone e anche affidarsi a software per amministrare noi stessi e i nostri rapporti umani.