Fisici e ingegneri sanno calcolare che cosa succederà a sistemi semplici di cui conoscono le condizioni iniziali. Se non appaiono fattori accidentali imprevisti, calcoliamo come si comporteranno: macchine, circuiti elettrici ed elettronici, edifici, corpi che si trovano in campi gravitazionali o in fluidi. Facendo ipotesi semplificative calcoliamo anche quel che accadrà a grandi sistemi tecnologici. Invece non abbiamo strumenti per calcolare l'avvenire di sistemi socio-economici che includono grandi numeri di persone, interventi politici, mercati, mode, invenzioni, tecnologie, eventi naturali (clima, terremoti, etc.).
Pure fare previsioni è interessante e necessario a chi prende decisioni. Il modo più semplice di farle consiste nel supporre che le tendenze in corso continuino più o meno come in passato. Poi possiamo immaginare che dal presente si apra un ventaglio: gli sviluppi prossimi potranno essere molto migliori, un po' migliori oppure un po' peggiori o molto peggiori che in passato. Accade raramente che un singolo evento sconvolgente (cataclisma, guerra di sterminio, crisi economica) abbia conseguenze vaste e durature. Anche queste eventualità vanno considerate. Però, come dicevo, non sappiamo calcolare che cosa accadrà. Possiamo, invece, immaginare la storia futura. Così economisti, politologi, sociologi provano a raccontarla in modi plausibili. Scrivono sceneggiature di quanto potrà accadere come farebbero per un film. [La parola ormai entrata in italiano è "scenario" - che in inglese significa appunto "sceneggiatura"]. Solo gli eventi futuri potranno confermare o smentire uno scenario intuìto. A priori gli esperti possono solo discuterlo fra loro provando a raggiungere un consenso sulla sua ragionevolezza.
In effetti, poi, anche i modelli matematici ed econometrici sofisticati raramente prevedono l'avvenire meglio di quanto viene fatto con scenari. Vale la pena, quindi, di ragionare sui modi migliori per raccontare il futuro a noi stessi. Anzitutto è bene individuare le ipotesi sull'avvenire che rendono uno scenario interessante e riconoscibile. Si tratterà di un rafforzamento di tendenze già presenti o di un evento notevole come, ad esempio, il brusco aumento del prezzo del petrolio nel 1973. Le conseguenze di questi eventi vanno dedotte e da esse vanno dedotte catene di conseguenze secondarie. Converrà confrontare queste intuizioni e questi ragionamenti fra più persone di provenienza culturale e professionale diversa.
Vediamo un esempio drammatico. Immaginiamo che nell'arco di 5 anni il reddito nazionale (PIL) si dimezzi. E' uno scenario di depressione economica grave, simile a quella che si verificò dal 1929 al 1933. Sarebbe istruttivo discutere come e perchè si potrebbe verificare.
Invece una discussione su ipotesi che si discostano di poco dagli andamenti correnti, non ci aiuterebbe a capire meglio le cose, nè a immaginare più ragionevolmente l'avvenire. Nel 1975 M. Mesarovic ed E. Pestel costruirono un grosso modello matematico inteso a prevedere l'avvenire sociale, energetico, industriale, economico del mondo intero. Chi lo usava, veniva invitato a formulare uno scenario di cui il modello avrebbe dedotto le conseguenze. Per aiutare gli utenti a costruire scenari mirati a prevedere il futuro del settore energetico, erano state predisposte tabelle che elencavano 10 variabili. Ogni volta l'utente doveva scegliere uno fra 3 valori possibili di ogni variabile. Questi erano, ad esempio: riserve stimate di petrolio (2000, 2500, 3000 miliardi di barili), riduzione della domanda di petrolio in funzione dell'aumento di prezzo (0,45, 0,225, 0,15), aumento dell'offerta di petrolio in funzione dell'aumento di prezzo (1, 0,75, 0,5), etc. Scelti questi 10 valori, il modello ne calcolava le conseguenze economiche e sociali. Chi usava questo approccio aveva l'impressione di disporre di una gamma enorme di scelte. In effetti ne aveva 310 = 59.049. Però, era difficile distinguere fra 2 scelte basate su di un singolo valore diverso assunto per uno dei parametri e, quindi, fra i due risultati del funzionamento del modello.
Immaginare uno scenario significa scegliere fra moltitudini di sviluppi possibili. Non si può sbrigliare troppo la fantasia. Conviene scegliere fra eventi che analisti e pensatori considerano probabili e rilevanti. E' sconsigliabile spendere tempo per discutere le conseguenze della possibile adozione di ideologie nuove da parte di grandi masse di persone. Infatti questi processi avvengono, ma si sviluppano solo su tempi lunghi. Sono già in corso sviluppi socio-economici che influenzeranno l'avvenire profondamente e ovunque. Fra questi: le riduzioni di personale (downsizing), il ricorso a sotto-fornitori esterni (outsourcing), la privatizzazione e il ricorso al dominio del mercato. Fra le altre conseguenze, sono probabili riduzione della qualità dei servizi ai gruppi sociali meno favoriti e crisi finanziarie. Scenari senza scosse prevedono che questi andamenti semplicemente si accentuino. Scenari selvaggi possono prevedere inversioni di tendenza dovute a rivolgimenti politici o a reazioni popolari.
Ogni scenario dovrebbe essere accompagnato da un testo che ne spiega la ragion d'essere e illustra esplicitamente ipotesi di base e sequenze di cause ed effetti all'origine degli eventi immaginati. Non basta ideare un titolo suggestivo. Uno scenario di pieno impiego, ad esempio, deve chiarire quali decisioni, interventi, politiche dovrebbero essere adottate per ridurre drasticamente la disoccupazione.
Non c'è bisogno di rileggere G.B. Vico per ricordare che spesso la storia si ripete. Il nostro stesso modo di ragionare ci spinge ad attenderci vicende simili a quelle già viste. Più rilevante di questa considerazione è la scelta di metodi di analisi già applicati con successo in passato. Ad esempio è assodato che popolazioni biologiche e di oggetti tecnologici (auto, computer, televisori, etc.) ed epidemie crescono dapprima lentamente, poi accelerano (e sembrano esponenziali), infine rallentano fino a cessare lo sviluppo. Questi andamenti sono descritti dalle equazioni di Volterra che io uso frequentemente con successo e che funzionano spesso - ma non sempre. Non permettono, quindi, di calcolare il futuro, ma aiutano a immaginare scenari quantitativi. Gli approcci logico-sperimentali, usati con cautela, sono preferibili a quelli ideologici. Però i nostri strumenti possono sembrare idee fisse ad alcuni e ad altri follie pure. E' normale se si discute dell'avvenire di entità grandi e complicate.
Provate a ideare scenari. Se ne può fare anche un gioco di società serio e istruttivo. Un gruppo di amici informati e che ragionano possono provare a descrivere: che succederà se i conflitti internazionali causeranno il dimezzamento delle importazioni di petrolio? E se un rinnovato impegno della ricerca in Italia portasse a scoprire una nuova fonte energetica rinnovabile e a basso costo? E se la mancanza di innovazione industriale facesse diminuire il PIL del 5% all'anno?
<<Se fossero tanti e potessero raggiungerci, sarebbero già qui>>,pare argomentasse Enrico Fermi. Se aveva ragione ( ed è probabile), sarebbe tempo perso riflettere sui possibili aspetti degli alieni. Non è tempo perso, se le nostre fantasie sono intriganti, divertenti, stimolanti (forse poi anche vere), pur se non controllabili.
Racconti e film di fantascienza descrivono esseri con squame, grosse teste, dita lunghe, facoltà extrasensoriali, tentacoli, tre occhi e tre braccia e così via. Li vedono come anfibi, dinosauri, cavalli, uomini alati. E facile immaginare forme insolite, Gli alieni potrebbero non avere un piano verticale di simmetria (non lhanno molti molluschi) e disporre di tre arti dotati di tentacolo, chela e mano. Potrebbero percepire campi elettromagnetici, radiazioni ionizzanti, raggi x. Ma queste differenze corporee non sono importanti. Chi non è razzista non avrebbe difficoltà a parlare a rettili e coleotteri se fossero interessanti e pronti a scambiare idee, progetti, racconti, insegnamenti
Immaginiamo allora le menti e le capacità di comunicazione di possibili alieni.
Solo se queste doti fossero ben sviluppate, varrebbe la pena stabilire rapporti. Se no, non potremmo intuire le descrizioni dei loro habitat lontanissimi, la loro cultura, i loro sentimenti.
Ci è già successo: tanti esseri umani sono così diversi da noi che paiono alieni per i loro comportamenti e le loro preferenze. Anche volendo capirli, non possiamo farlo perché usiamo linguaggi e formati molto diversi. Ma proviamo ad ispirare la nostra immaginazione a esperienze note. Già conosciamo alieni intelligenti (hanno un cervello di parecchi chili), hanno il sonar, comunicano fra loro, sono agili e scattanti, giocano con noi, non dormono. Sono i delfini e sebbene li abbia studiati per decenni, John C.Lilly (il maggior esperto in campo) è quasi uscito di testa ed è riuscito a comunicare solo messaggi banali. Non ha registrato il loro linguaggio, né loro hanno decifrato il nostro. Così credo che non comunicheremmo affatto con eventuali alieni veri. Non avremmo in comune nemmeno lesperienza del mare e dellaria. Parliamo dunque, di un problema che non si è (ancora) posto e che forse non ha soluzione. Però inventare e raccontare favole è ugualmente divertente.
«BILL Gates, diffondendo conoscenze informatiche, ha fatto più bene all'umanità di San Francesco d'Assisi».
Dissi questa frase in pubblico qualche anno fa. Non è un'asserzione paradossale. E' vero che usare computer e software moderni ci permette di offrire prestazioni intellettuali e di capire più cose. Sono valori anche spirituali. Molti, però, la trovano scandalosa. Infatti addirittura odiano Gates e la sua Microsoft a causa del predominio estremo che hanno raggiunto nel campo. Molti utenti sono contrariati perché per comunicare con altri sono obbligati ad aggiornare troppo spesso il loro software sempre più pesante, e quindi l'hardware necessario. Spendono molto e non ottengono prestazioni molto migliori. Dunque è una reazione ragionevole. Inoltre si sentono obbligati a continuare a usare i prodotti Microsoft, penetrati nel 90% del mercato.
Questo predominio è, in certo senso, una legge di natura, come quella che governa ovunque la distribuzione del reddito. I ricchi diventano sempre più ricchi. Anche la rete telematica è dominata da perni (come Google, America On Line, etc.) che tendono a diventare sempre più grossi e connessi. In genere (ma non sempre) si tratta di quelli che cominciano per primi: i precursori, gli innovatori. Talora un asso-piglia-tutto (come Microsoft) arriva a dominare un mercato quasi totalmente.
Finora le alternative erano scarse: costituite soprattutto dai prodotti Apple/Mcintosh. Ora c'è il sistema operativo Linux (inventato da Linus Torvalds) gratuito, stabile e comparabile a Windows. E' David che sfida Golia. Molti simpatizzano per il piccolo - a parte che con Linux si spende meno.
Intanto Microsoft è stato incriminato per aver infranto leggi contro i monopoli. Un tribunale Usa aveva deciso che Microsoft doveva essere smembrata in due o più parti, ma questo verdetto è stato annullato in appello. Intanto Gates raggiunge transazioni con concorrenti, clienti e governi locali che lo hanno citato in giudizio. Recentemente ha pagato un miliardo e mezzo di dollari per convincere dieci Stati a ritirare le loro denunce. Nel 2001 aveva chiuso il contenzioso con lo Stato di California pagando 1,1 miliardi. E' difficile tenere il conto di quanto costino queste cause a Microsoft. Si sa di innumeri accordi per decine di milioni di dollari ciascuno. Si deve trattare di circa un miliardo di dollari all'anno. La cifra sembra notevole, ma è solo il 3,5% del fatturato totale di 28 miliardi e un quarto degli investimenti in ricerca dell'azienda. Si può considerare, quindi, come un piccolo sconto, dato che il profitto netto costituisce ben l'80% del fatturato per Windows e il 31% di quello per Office. In ottobre la Commissione europea ha aperto indagini su contratti di licenza Microsoft con clausole intese a impedire ad aziende europee di sviluppare loro software e di utilizzare i loro brevetti. Le penali richieste sono finora di 3 miliardi di dollari.
Bill Gates ha dichiarato che se i tribunali arrivassero a imporgli penalità davvero dure, le conseguenze potrebbero essere gravi: perdita di migliaia di posti di lavoro e fine dell'innovazione da parte dell'azienda. Quest'ultima minaccia è poco credibile: non innovare danneggerebbe più loro che non gli altri. Anzi molti utenti sarebbero contenti di non doversi adeguare ogni paio d'anni a imparare nuove regole d'uso del software. Infatti questo diventa più ingombrante e richiede elaboratori sempre più veloci per poter essere usato. I circuiti relativi sono prodotti da Intel, che continua a vendere sempre più. La collaborazione Windows-Intel viene chiamata Wintel da chi implica che si tratti di una specie di comparaggio.
Interessa tutti noi prevedere l'avvenire di Microsoft: Gates è sempre più ricco perché incassa i nostri soldi. Questo futuro dipende in gran parte da lui e dai suoi consiglieri. Sembrano avviati a espandersi, a imporre i loro prodotti, allargare i mercati e comprare altre aziende. Ricordano Tommaso III, marchese di Saluzzo nel XV secolo, incline all'espansionismo territoriale, il cui motto era Noch! (Ancora!). Fra le altre aziende pare sia in lista per essere assorbita Google, il più noto motore di ricerca. Non costerebbe nemmeno tanto: solo una ventina di miliardi di dollari.
Bill Gates fa anche molta beneficenza. La sua Fondazione Gates è la più grande organizzazione filantropica del mondo. Ha finanziato largamente ricerche sulla cura e la prevenzione dell'Aids. Ha regalato i suoi prodotti insieme a computer a molte scuole. Sono segni del buon cuore di Gates o tentativi di farsi perdonare il suo predominio e i suoi sovraprofitti? E' difficile rispondere. Però alcune tendenze recenti di questo altruismo non sembrano ben ponderate. Fra queste un progetto di salvare dalla fame 840 milioni di persone nel terzo mondo, favorendo la ricerca sugli Ogm, gli organismi geneticamente modificati. Il progetto è appoggiato dal Centro per l'Agricoltura Tropicale e dall'Istituto Internazionale per la Ricerca sulle Politiche Alimentari, ambedue creature del governo Usa e della Banca Mondiale. Ora si sa bene che sono visceralmente contrari agli Ogm non solo i verdi e i no-global, ma anche notevoli porzioni dell'opinione pubblica non molto bene informata in merito.
Ma l'avvenire di Microsoft dipende anche dalle reazioni nostre. Quanto siamo stufi noi utenti di vedere che i nostri investimenti non vengono protetti? Quanto ci pesano il rischio continuo di essere colpiti da virus e la necessità di immettere nei nostri Pc patch di aggiornamento per evitarli? La corrente che ci trascina insieme alla maggioranza è forte. Però vanno controcorrente vari governi e molte aziende.
Tre colpi in rapida sequenza sono stati inferti a Microsoft da un cliente enorme: la Cina. Il 18 agosto scorso il governo cinese ha imposto a tutti i ministeri di acquistare solo software Linux prodotto localmente a partire dalla fine del 2003. Due settimane dopo la Commissione per l'Educazione di Shanghai ha reagito alla richiesta Microsoft di pagare il prezzo intero per le licenze usate nelle scuole. La sua risposta è consistita nel togliere i sistemi operativi Microsoft dai computer degli studenti sostituendoli con altri prodotti in Cina. Infine a settembre Pechino ha annunciato che sta discutendo un'impresa insieme a Giappone e Corea del Sud per produrre un'alternativa a Windows.
Il dominio mondiale è stato sognato da conquistatori e imprenditori. Pare che non sia possibile, per fortuna. Per discutere gli scenari di predominio o di declino dell'impero Microsoft ci vorrebbe l'aiuto di un pensatore acuto come Carlo Cipolla, che analizzò il declino dell'Impero romano, di quelli bizantino, cinese, spagnolo, ottomano. L'avvenire non è calcolabile. Anche il poeta scrisse sull' «alterna onnipotenza delle umane sorti». Pochi decenni fa sembrava impensabile che l'Ibm (Big Blue) perdesse il suo primato.