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cultura

Innovazione vera e finta
Roberto Vacca (Il Messaggero 15- 06- 2005)
Forse sarebbe bene evitare la parola "innovazione" in modo ancora più rigoroso di quanto andrebbe fatto con tutti gli astratti che finiscono in "-zione". Si usa per indicare processi molto diversi. Il sito http://www.innovazione.gov.it del Ministero Innovazione e Tecnologia identifica l'innovazione e l'intera tecnologia con l'informatizzazione. e la comunicazione.
E' curioso e sconfortante che quel sito non menzioni affatto l'innovazione in: elettrotecnica, energetica e fonti alternative, chimica, biologia molecolare, biotecnologie, meccanica, automazione, robotica, intelligenza artificiale, sistemi di controllo e tanti altri settori tecnologici. In questi l'Italia non è assente: alcune industrie e laboratori pubblici lavorano molto bene - ignorati dal Ministero per l'Innovazione. Al Congresso Nazionale degli Ingegneri Italiani (Erice, Marzo 2005) illustrai che fra i 25 Paesi dell'UE siamo sotto la media sia in innovazione, sia nella sua crescita. Sono con noi al livello più basso: Austria, Estonia e Repubblica Ceka - nel 2003 c'era la Bulgaria con noi, ma ha cominciato a innovare.
Io mi occupo di computer da 50 anni. [Si sta commemorando il cinquantenario del primo computer importato in Italia al CNR nel 1955 - ero io che lo riparavo quando si rompeva (ogni giorno - era a valvole)]. So bene che meraviglioso strumento sia la Tecnologia dell'Informazione e della Comunicazione (ICT). Ho partecipato a un grosso studio per la Commissione Europea sugli impatti socio-economici della ICT (vedi http://www.seamate.net). Però la ICT è uno strumento utile a migliorare il rendimento in ogni settore -- non è il fine ultimo.
Nella stessa vena taluno ritiene che se l'ICT penetra nelle aziende, faccia sempre crescere i rendimenti industriali e la competitività. Qui va chiarito che software e ICT sono i contenuti (in parte prodotti, in parte servizi) forniti e fatturati in genere da Microsoft, una delle aziende più grosse e redditizie del mondo. Ciò non implica che gli acquirenti diventino automaticamente capaci di generare profitti analoghi. Per generarli devono creare valore aggiunto e saperlo vendere. Usare software moderno è condizione necessaria per stare all'avanguardia, ma non è sufficiente. Uno degli indici della produttività di un lavoratore è la sua abilità nell'usare PC. Questa si certifica, ad esempio, col patentino ECDL (European Computer Driving Licence). Chi lo consegue sa usare Word, Excel, PowerPoint, Access, E-mail e sa gestire almeno certe immagini (sempre usando gli standard di un solo fornitore: Microsoft). Questo software funziona, ma ora ci vogliono creatività e abilità nel creare valore aggiunto per essere competitivi. A tal fine non basta l'informatica: occorrono abilità tecniche, scientifiche, amministrative o commerciali e così via.
E' fuorviante, perciò, sostenere che in Italia abbiamo prospettive ottime di sviluppo perchè la Pubblica Amministrazione si sta equipaggiando per realizzare l'E-government. E' vero: conduce questa attività meritoria e sono più efficienti la gestione telematica delle sue procedure e i contatti con i cittadini. E' anche vero che cresce bene il numero degli italiani connessi a Internet con la banda larga. Però queste connessioni vengono usate solo di rado per trasmettere progetti e facilitare attività di alta tecnologia. Nella grande maggioranza dei casi si espletano su Internet mansioni amministrative, contabili e gestionali. Il commercio elettronico cresce ancora lentamente. Molti privati, poi, vanno a cercare giochetti, chatline e blog per chiacchierare, giochi d'azzardo e siti porno. Non sonoattività innovative.
Il software che conta non è quello applicativo che risolve problemi correnti di gestione. E' quello innovativo, sviluppato ad esempio da Microsoft e SAP: si vende in tutto il mondo con profitti notevoli. Il software che conta è quello che serve a progettare oggetti, macchine, strumenti utili che nessuno ha mai saputo costruire prima e che tanti sarebbero pronti a comprare a prezzi remunerativi. Sono queste le attività capaci di rendere il Paese competitivo e di far crescere il prodotto interno lordo (PIL) di parecchi percento all'anno. Invece il nostro PIL non cresce: chiaro sintomo di un immobilismo pernicioso. Quando faremo le cose giuste e innoveremo davvero in tanti campi, vedremo il PIL che si impenna. Solo allora potremo rallegrarci.
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Dopo tanti ritardi c'è un processo bene avviato
risposta di Lucio Stanca (il Messaggero 30-06-2005)
È assai curioso, e p er certi versi anche sconfortante, che un esperto accreditato qual è il prof. Roberto Vacca ("Il Messaggero" del 28 giugno, "Tutte le ragnatele dell'innovazione") tragga una serie di considerazioni, alcune delle quali condivisibili, ignorando la realtà dei fatti. Per cui sono necessarie alcune osservazioni. Ad esempio, lamenta che mi occupo solo di tecnologie digitali. Come l'autore dell'articolo avrebbe potuto facilmente scoprire proprio nel sito del mio ministero da lui citato, ho ricevuto una delega specifica solo sullo sviluppo della Società dell'Informazione, mentre tutte le altre innovazioni tecnologiche, cui giustamente fa riferimento, sono di competenza del Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca e, per altri aspetti, di quello delle Attività Produttive.
Perché il Governo Berlusconi per la prima volta ha dato una delega solo su questi specifici temi ad un ministro? Perché l'Italia in questo campo, soprattutto negli ultimi anni '90, aveva accumulato un ritardo gravissimo e con l'Agenda di Lisbona, nel 2000, era stata data enfasi ed importanza al ruolo di tali tecnologie. Ed anche oggi, che la stessa Agenda è stata rivista e ridotta, essa continua a puntare sullo sviluppo e sullo sfruttamento delle stesse tecnologie come fattore determinante affinché tale ondata di innovazione, di per sé solo all'inizio, abbia un impatto straordinario sulla realtà non solo economica, ma anche sociale e culturale, del nostro Sistema Paese.
Insomma, tali tecnologie hanno due caratteristiche fondamentali: velocità di espansione e pervasività su tutti i settori. Entrambi motivi perché ci sia un governo ed una politica che indirizzino in modo specifico il processo digitale.
Mi fa piacere notare che Vacca, dopo aver affermato nel suo articolo che, giustamente, l'innovazione è fatta anche di tante altre dimensioni, dedichi ben 4/5 del suo testo proprio all'innovazione digitale. È, quindi, evidente che pure lui, esperto conoscitore del settore, ben riconosce l'importanza del comparto.
Siamo poi tutti d'accordo che le tecnologie rimangono solo e semplicemente uno strumento. La sfida e l'obiettivo, infatti, sono di allargare la loro diffusione per sfruttare tutte le opportunità di trasformazione e di cambiamento che esse offrono, ad esempio nella scuola, nella ricerca, nella sanità, nella pubblica amministrazione, nelle imprese, nel turismo, nei servizi, etc. In sostanza, questa è la sfida che ci siamo posti: la trasformazione del Paese attraverso nuovi strumenti. Quindi, mi permetto di dire al prof. Vacca, che da anni ed anni lavora in questo campo, che anch'io, con i miei 35 anni trascorsi su questo fronte, avevo già compreso che le tecnologie sono solo uno strumento.
Per quanto concerne l'uso che se ne fa, certamente il prof. Vacca, io e moltissimi altri vorremmo vederne uno molto più spinto e diffuso, come una pubblica amministrazione più interattiva, anche attraverso i suoi siti, e meno informativa; una larga banda con maggiori contenuti; che le imprese non avessero per la stragrande maggioranza solo siti informativi, spesso poco aggiornati, ma sapessero tenere, attraverso essi, i rapporti con clienti, fornitori, distribuzione, marketing, banche, gestissero i processi interni e quant'altro. Ma è altrettanto vero che bisogna pur cominciare ed avviarsi su questa strada per poi sostenere e accompagnare questo sviluppo. Ben venga se all'inizio c'è questo uso, seppure limitato, delle nuove tecnologie se ciò è poi propedeutico ad impieghi successivi e più avanzati. Ma evitiamo il ricorrente rito italico della colpevolizzazione e, invece, diamo sostegno all'innovazione. Insomma, non la critichiamo sempre e comunque perché questo non aiuta il Paese e il processo culturale che su tale fronte è stato ben avviato. -
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Ma il Paese continua a regredire
Roberto Vacca (risposta a L.Stanca)
Ringrazio il Ministro Stanca dell'attenzione al mio articolo del 28/6: noto con piacere che condivide alcune mie considerazioni. Non sono io che ignoro i fatti. Se è vero che le altre innovazioni sono competenza di altri Ministeri, è anche vero che i risultati sono miseri. Perchè "Innovazione" non sia un misnomer (nome fuorviante) il suo Ministero dovrebbe integrare l'innovazione di Ministeri e industria, latitante e meno impegnata dei governi. Questi dovrebbero stimolarla, non con sconti fiscali, ma creando taskforce integrate e insieme scuole eccellenti di studi avanzati.
Analizzo il problema da anni. Nel Luglio 2003 su queste pagine citavo le analisi della Commissione Europea: "Le variabili che misurano ... potenziale di innovazione [italiano] sono metà della media europea e un terzo di quelle USA".
Nel Novembre 2003 citavo la classifica dell'Institute of Electrical and Electronics Engineers: fra le 100 aziende al mondo che più investono in ricerca. "l'Italia è rappresentata dalla sola FIAT". Nell'Agosto 2004 descrivevo "un'immagine che dovrebbe marchiare a fuoco le menti dei nostri ...decisori: il diagramma della Commissione Europea che confronta innovazione e relativo tasso di crescita nei 25 paesi europei: in ordinate innovazione, in ascisse crescita percentuale. Nell'angolo sinistro in basso sono sole Italia e Bulgaria: innovazione e crescita minime." Nel 2004 trovavamo "a basso livello e con crescita bassa: Italia, Austria, Estonia, Repubblica Ceca; non più la Bulgaria che ha cominciato a crescere." La situazione è grave: il processo culturale non è "bene avviato": l'Italia regredisce lentamente.
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