cultura

DISCORSO SUI MAESTRI (she shuo)
tradotto da Giovanni Vacca nel 1908

Gli antichi studiosi ebbero sempre dei maestri.

Maestri son coloro che trasmettono le dottrine, conservano le arti, spiegano i dubbi.

Gli uomini nascendo non sanno. Chi potrà non avere incertezze? Chi dubita e non segue un maestro, si crea nuovi dubbi e giunge alla morte senza averli chiariti.

Coloro che sono nati prima di me, ascoltarono la dottrina certamente prima di me. Perciò li seguo e li ho per maestri. Coloro che sono nati dopo di me, quando hanno seguito le vie del sapere, anch'essi prima di me, io li seguo e li ho per maestri.

Il mio maestro è la scienza. Ora, nel continuo imparare, che importa che io apprenda da chi è più giovane d'anni o più vecchio di me?

È perciò che non vi sono nobili, né plebei, non collocati in alto e in basso: coloro che conservano il sapere son maestri di ciò che custodiscono: ahimè! Chi insegna la vera dottrina non la trasmette più da molto tempo! Desiderare che gli uomini siano liberati dai dubbi, è difficile? Il tempo in cui santi uomini dell'antichità uscirono tra gli uomini è lontano! Soltanto allora si seguivano i maestri e si chiedevano loro insegnamenti.

Le folle di oggidì, nel trascurare gli uomini santi, sono anch'esse lontane e hanno vergogna di imparare dai maestri ed è perciò che i savi rimangono i soli savi e gli stolti restano stolti. Ciò che rende stimabili i savi e che fa stolti gli stolti è proprio questo.

Chi ama suo figlio cerca un maestro che gli insegni. Allora, se avrà vergogna del maestro, resterà nel dubbio. Il maestro di quel giovane il quale spiegando un libro con diligenza gli legge le frasi del libro, io dico che non è uno che insegna il sapere, che non è uno che tolga il dubbi. Chi non sa leggere e spiegare, è forse un maestro o non lo è? Insegnare le piccole cose e trascurare le grandi e importanti, io non vedo a che giovi.

Gli indovini, i medici, i musici, gli artieri non hanno vergogna di istruirsi a vicenda. Ma se tra i dottori, i magistrati quello si dice maestro, questo discepolo, tutti in folla li deridono e, se si chiede perché, rispondono: se sono coetanei la loro dottrina è su per giù la stessa. Se la loro posizione sociale è inferiore, stiano al loro posto, se sono alti magistrati non hanno da imparare. Ahimè! L'insegnamento della dottrina non si può più rinnovare!

Indovini, medici, musici, artieri non badano all'età, ma questi nuovi savi di oggidì non riescono a porsi al loro livello. Che cosa strana! Eppure i santi non furono sempre maestri. Confucio imparò da Yantse, imparò da Laotse. Pure gli scolari di Yantse non furono pari in dottrina a Confucio. Confucio diceva: "Se viaggiamo in tre, certo ho fra i miei compagni un maestro. È perciò che i discepoli possono anche essere uguali al maestro, che i maestri possono non essere necessariamente più dotti dei discepoli."

Nell'apprendere la vera dottrina vi è chi riesce primo e chi resta addietro come nell'insegnamento delle arti vi è chi diventa abile e chi non riesce. Non c'è altro che questo.

Li Tsefung a diciassette anni [nell' 803 AD] amava il bello stile, conosceva e gustava i classici e li spiegava. Tutti lo consideravano come un maestro e non li tratteneva la sua giovane età. Studiando con me, io accrebbi la sua capacità a seguire la dottrina degli antichi.

Ho scritto questo discorso sui maestri per trasmetterlo ad altri.