scienze

scienza e futuro  Roberto Vacca

LA SCIENZA E IL FUTURO DELL'UOMO
- relazione di Roberto Vacca al Convegno "LAVORARE DOMANI", Polo Universitario Città di Cremona, 23 Maggio 2003

Gli scienziati producono raramente certezze. Più spesso propongono ipotesi - talora contrastanti con ipotesi precedenti o con quelle di altri scienziati. Ne conseguono dibattiti e ricerche che gradualmente confermano probabilità più alte che certe ipotesi siano vere. Le discussioni sono spesso più affascinanti di certezze ormai acquisite. Le teorie scientifiche più solide e meglio confermate dall'esperienza sono sempre approssimazioni della realtà. L'accuratezza con cui descrivono il mondo raramente supera una parte su 10 9.
Nel 1977 fu pubblicata una Enciclopedia dell'Ignoranza (The Encyclopedia of Ignorance, R. Duncan e M. Weston-Smith editors, Pergamon Press). In questa raccolta di lavori, scienziati accreditati (e anche famosi come i Premi Nobel: F. Crick, J. Kendrew, L. Pauling, A. Salam) descrivevano quanti punti oscuri e incertezze ci fossero ancora nei loro campi. Ma anche in quel libro i pareri non erano concordi. Solo autodidatti male informati, quindi, parlano di una scienza ufficiale.
E' banale ricordare che il progresso tecnico-economico degli ultimi 3 secoli ha origine nel progresso scientifico. Le conoscenze scientifiche, i loro limiti e i loro significati veri, però, sono noti solo a una piccola minoranza della popolazione anche nei Paesi avanzati. Questo squilibrio non causa solo incomprensioni. Produce polemiche inutili e decisioni errate di governi e imprenditori. Inibisce ulteriori progressi socio-economici e innovazioni sistemiche.


Che cosa sappiamo del mondo - in media?

Sta in un ambiente buio, ma vede spesso qualche macchia di colore. Vede oggetti. Li tocca. Li usa. Talora ne fabbrica alcuni. Ricorda molti eventi passati, ma non tutti. Non sa prevedere quello che accadrà in avvenire. Vede altre persone e sente i discorsi che pronunciano: molti privi di senso, alcuni falsi, alcuni veri. Legge parole scritte, ma ne capisce solo una piccola parte. Vede tante immagini. Spesso è angosciato. Non sa bene dove si trovi.
Non ho descritto un individuo sottoposto a uno stressante esperimento psicologico, ma il modo in cui percepiscono il mondo tante persone in Europa e in USA. Molti milioni di americani e di europei hanno idee vaghe o del tutto errate sul mondo che li circonda, sebbene gli scienziati abbiano capito e divulgato ogni sorta di conoscenze fin dagli albori della civiltà. Eppure proprio nei Paesi più ricchi e avanzati del mondo c'è una moltitudine di persone che ignora nozioni e concetti insegnati in tutte le scuole, da anni - e anche da secoli.
Lo dimostra uno studio condotto periodicamente dalla National Science Foundation americana e basato sull'Oxford Scientific Knowledge Scale [Scala di conoscenza scientifica] che contiene 25 domande sulla conoscenza del mondo fisico e del metodo scientifico. Le domande vengono rivolte a 2000 abbonati al telefono scelti a caso - fra queste:
Il centro della terra sta a temperatura altissima? L'ossigeno che respiriamo proviene dalle piante? Il latte radioattivo diventa innocuo se viene bollito? Il laser funziona focalizzando onde sonore? L'aria scaldata tende ad andare in alto? I continenti si spostano lentamente sulla superficie terrestre? Gli antibiotici annientano i virus oltre che i batteri? Gli esseri umani preistorici vivevano all'epoca dei dinosauri? La velocità della luce e' maggiore di quella del suono? Le centrali nucleari sono radioattive,. ma esiste anche una radioattività naturale? Il sole gira intorno alla terra o la terra intorno al sole?
Ora questo sondaggio è stato fatto anche in Europa. I cittadini del vecchio mondo sono più o meno allo stesso livello degli americani, che nell'ultimo decennio sono migliorati un po'. Però i risultati sono tutti abbastanza disastrosi. Nel 1989 solo il 34% degli americani sapeva che la terra impiega un anno a girare intorno al sole (gli altri pensavano che fosse il sole a girare intorno alla terra o che la terra percorresse la sua orbita in un giorno) - ora sono il 49%; gli europei che sanno come vadano le cose sono un po' di più: i due terzi. Non c'è da vantarsi tanto. Nel 1989 il 41% degli americani sapeva che il laser concentra luce, non suoni: ora sono cresciuti al 43% - ma gli europei informati correttamente su questa tecnologia sono solo il 35%.
Solo il 30% degli americani, ma più della metà degli europei, crede erroneamente che non esista la radioattività naturale. Nell'ultimo decennio è cresciuta dal 31% al 46% la percentuale degli americani convinti che gli elettroni siano più piccoli degli atomi, ma ci è arrivato solo il 23% degli europei. Quattro europei su cinque sanno che i continenti vanno lentamente alla deriva da milioni di anni e gli americani sono arrivati allo stesso livello. Dunque è triste il quadro della cultura dei Paesi più avanzati.
Non ho trovato dati relativi all'Italia. C'è da attendersi il peggio dato che nel nostro Paese si identifica la cultura con spettacoli-più-musei (visione falsa: cultura significa: conoscenza del mondo fisico e dei traguardi raggiunti dal pensiero umano in scienze, arti, tecniche, storia, organizzazione, capacità di apprendere usando linguaggi umani e informatici e di usare procedure logiche, matematiche, letterarie). Nessuno misura più quanti siano gli italiani analfabeti e non si menziona nemmeno l'analfabetismo operativo di chi non legge, nè scrive mai - per cui resta a livello culturale minimo.
Esorto il CNR o l'Accademia dei Lincei a realizzare un sondaggio sul livello medio di cultura degli italiani. E' vitale sapere a che punto siamo per poter pianificare il miglioramento - notoriamente necessario. Molte decisioni pubbliche implicano questioni scientifico-tecnologiche (energia, trasporti, medicina, agricoltura) e sarebbe quindi necessario avere in merito un'opinione pubblica informata, oggi assente.


Sanno che Europei
2001
Americani
1989
Americani
2000
i laser non concentrano onde sonore, ma luce
35%
41%
43%
la radioattività è naturale, non tutta fatta dall'uomo
53%
74%
71%
gli elettroni sono più piccoli degli atomi
23%
31%
46%
la terra gira intorno al sole e ci mette un anno
67%
34%
49%
da milioni di anni i continenti si spostano sulla superficie del globo e continueranno a farlo
82%
75%
75%



Italia: mancano i prerequisiti all'innovazione

L'innovazione mette in pratica e realizza princìpi, teorie, ritrovati prodotti da inventori. Edison disse che l'invenzione è fatta per l'1% di ispirazione e per il 99% di traspirazione. Il progresso scientifico, dunque, è raramente casuale. E' alla radice della produzione di valore aggiunto. Il vantaggio competitivo delle aziende dipende da organizzazione e pianificazione, ma anche, in modo vitale, dalla capacità di innovare. Questa non è garantita dal singolo inventore, ma dall'azione integrata di inventori, progettisti, esperti di qualità, tecnologi, amministratori. E' essenziale che tutti costoro raggiungano livelli culturali superiori a certe soglie.
Dunque non sono da invidiare i cittadini di una società in cui gli agi siano diffusi e in cui, invece, siano rare le invenzioni, scarsa la cultura, disprezzata la scienza. Per una società come questa appaiono imminenti il declino e la perdita della prosperità. Convinto di questa verità, Philippe Busquin, Commissario per la Ricerca dell'Unione Europea, ha lanciato uno studio comparato su innovazione e ricerca nei 15 Paesi dell'Unione Europea, in USA e in Giappone. Sapevamo già che USA e Giappone sono avanti a noi. Eppure c'è da turbarsi, più che da interessarsi soltanto, a leggere il testo e i dati pubblicati nel documento "Verso un'area europea di ricerca - Cifre Chiave 2001" (disponibile su www.cordis.lu/indicators ). Con l'aiuto degli istituti di statistica nazionali, lo studio ha raccolto dati su 21 indicatori, misurandone sia i valori, sia i tassi di variazione annuali.
Perchè questi confronti sono conturbanti per un italiano? Ma perchè dimostrano che siamo nettamente alla retroguardia: quindi incombono su di noi regressi e peggioramenti ulteriori. In breve: le variabili che misurano successo, capacità, potenziale di innovazione e di ricerca, hanno valori che sono circa la metà della media europea e un terzo di quelli statunitensi. E' bene riportare la dolorosa lista.
Per ogni 1000 lavoratori in Europa ci sono 5,3 ricercatori - in Italia solo 3,3 e questa proporzione cresce in Europa del 2,9% all'anno e in Italia dello 0,3%. Ogni 100.000 giovani fra i 25 e i 34 anni, conseguono un dottorato in scienza o tecnica 55 europei, e solo 17 italiani. Il nostro Paese investe ogni anno in ricerca e sviluppo l'1% del PIL (livello che cresce del 2,6% all'anno) - contro una media europea dell'1,9% (che cresce del 3% all'anno). Gli investimenti in ricerca e sviluppo dell'industria europea rappresentano l'1,4% della produzione industriale totale (e la percentuale cresce del 4,9% all'anno)- in Italia siamo allo 0,6% all'anno (e la percentuale cresce solo del 3,8% all'anno). I governi europei dedicano alla ricerca in media il 2% delle loro spese - e in Italia siamo all'1,36%. La finanza europea investe in nuove imprese innovative solo lo 0,38% del PIL (un terzo degli USA) - e la finanza italiana investe solo lo 0,13% del PIL (9 volte meno degli USA!).
Questa esposizione di cifre (vedi Tabella seguente) mira a suonare un allarme tragico che dovrebbe preoccupare tutti. Invece questi argomenti sono ignorati del tutto dai politici, dai giornalisti, dai saggisti, dagli intellettuali italiani.
E non è solo questione di investimenti. E' vitale che la ricerca sia di alta qualità. Quando lo è, produce innovazioni e queste vengono brevettate nei diversi paesi, per accedere ai mercati. In media per ogni milione di europei, i Paesi della Comunità ottengono ogni anno 125 brevetti in Europa e 69 in USA. Per ogni milione di italiani noi otteniamo ogni anno 61 brevetti europei e 28 americani. Infine il valore delle pubblicazioni scientifiche si valuta misurando quanto spesso vengono citate nei periodici più qualificati. Quelli molto citati sono 31 all'anno e per milione di abitanti in Europa e solo 18 in Italia.
Nessuno avanza piani per riguadagnare il nostro 'enorme ritardo. La situazione non implica solo minore prestigio. Peggiora in prospettiva la bilancia dei pagamenti e la nostra prosperità, perché saremo sempre più destinati ad importare prodotti ad alto contenuto tecnologico e valore aggiunto, in cambio di esportazioni di prodotti a basso valore aggiunto (anche se ben fatti, in nome del "made in Italy"). Su tecnologia, sicurezza, salute, scienza e cultura assoggetta il nostro Paese a decisioni vitali prese altrove. Impedisce ai nostri giovani l'accesso a professionalità avanzate e a remunerazioni vantaggiose. Questa situazione si migliora solo con tante scuole in cui la qualità dell'insegnamento sia alta e controllata e inventando nuove imprese. Invece continuiamo a deteriorare se non smettiamo di parlare in astratto di democrazia, mercato, efficienza, imprenditorialità.
Intanto possiamo trovare modesta consolazione nel fatto che non sfiguriamo davanti al Portogallo. Però anche questo raffronto sta cambiando. Gli investimenti industriali in ricerca crescono in Portogallo del 12.2% all'anno (i nostri del 3,8%). Quelli nazionali in ricerca e sviluppo crescono in Portogallo del 10% all'anno (i nostri del 2,6%). Il numero dei ricercatori cresce in Portogallo del 7.6% all'anno (da noi dello 0,3%).


rispetto alla media europea rispetto agli USA
N° ricercatori ogni 1000 lavoratori
0,62
0,4
Crescita annua % del numero precedente
0,1
0,048
Nuovi laureati in scienza e tecnica ogni 1000 cittadini fra 24 e 25 anni di età

0,3
0.34
Investimenti in ricerca e sviluppo /PIL
0,52
0,38
Crescita annua % del numero precedente
0,86
0,46
Investimenti in ricerca e sviluppo dell' industria risp. a produzione industriale totale
0,42

0,28
Budget governativo di ricerca risp.al totale
0,68
0,32
Investimenti in nuove imprese innovative/PIL
0,34
0,08
Brevetti europei/ogni milione di popolazione
0,48
0,5
Brevetti USA/ogni milione di popolazione
0,4
0,09
N°lavori scientifici molto citati/ogni milione di popolazione
0,58
0,36



Che fare? Una rivoluzione culturale vera e la ricetta finlandese

In Italia, dunque, sono strozzate scienza e ricerca. La cultura media non viene certo innalzata da una televisione fatta di spettacolo, sport, pubblicità. Occorre, invece, parlare di progetti, concetti, intraprese. Occorre una rivoluzione culturale vera. Miriamo meno alla qualità della vita e più alla qualità dei viventi. Saremo più liberi quando sapremo di più. Allora avremo più scelte. Ci occuperemo di capire il mondo complesso di oggi e non di giaculatorie. Sapremo fare cose difficili e utili: creeremo ricchezza e guadagneremo di più. Sono temi vitali, di cui si parla poco. Non ne parlano i politici.
Anche se partiamo da considerazioni economiche, le conclusioni non cambiano. Cominciamo dall'economia. Mettiamoci sul banco di prova. Sull'altro banco mettiamo i finlandesi. Dopo la crisi del 1990-92 (dovuta a varie cause fra cui la caduta dell'URSS) la crescita del prodotto interno lordo finlandese negli anni '90 è stata del 40% (5% all'anno). Dal '94 al 2001, l'occupazione è cresciuta del 15%.
La ricetta? Innovazione, istruzione di alta qualità, 3% del PIL investito nella sola ricerca in informatica. La Finlandia esporta cellulari e alta tecnologia in tutto il mondo. Come fa? La Nokia fino a gli anni '60 produceva carta, cavi e stivali di gomma. Iniziò a produrre cellulari alla fine degli anni '80. Intanto in Finlandia venivano creati 32 politecnici privati di alta qualità - e c'erano già 20 università. Oggi in Finlandia ce n'è una ogni 100.000 abitanti. In USA c'è una università ogni 80.000 abitanti - in Italia una ogni 800.000 abitanti e nemmeno un politecnico privato creato dall'industria. Che fare? Offrire incentivi alle industre che li creino e istituirne di statali nuovi e migliori. Gli uomini e le donne ci sono: mancano cultura e imprese concrete. Si discute se modificare il numero di anni che si sta a scuola. Non serve, se in quegli anni si insegna in modo sciatto e antiquato. Occorre creare università avanzate e assicurare la qualità dell'insegnamento. Solo così i nuovi posti lavoro (certo: ben pagati) saranno di alto livello e produrranno alto valore aggiunto. Oggi in Italia sono vacanti molti posti di lavoro per esperti telematici perché mancano esperti a livello adeguato. Le scuole di qualità in tecnologie moderne prosperano solo se ricerca e sviluppo sono innovativi e finanziati. Invece gli investimenti in ricerca vengono diminuiti. Non si parla di azioni per controllare la qualità della ricerca e triplicare gli investimenti.
Le scelte fatte (o troppo spesso non fatte) su politiche culturali e scientifiche hanno riflessi gravi anchd sui drammi internazionali: povertà, ingiustizie e migrazioni verso l'Occidente e verso il Nord. Molti paesi poveri hanno risorse naturali enormi (giacimenti, energia, agricoltura), bloccate perchè mancano investimenti e cultura moderna. Non servono aiuti di continua emergenza, ma grandi imprese internazionali mirate a interventi tecnici. Gli impatti socio-economici sono positivi, se con la tecnologia, si esporta cultura. Ma per esportarla, bisogna prima averla. Dovremmo programmare l'uso preminente di media e TV per innalzare la cultura. Astrologi e maghi non vanno incriminati solo se rubano soldi ai gonzi: va rifiutato chiunque diffonda discorsi esoterici e scervellati.

Impatti socio-economici della Tecnologia dell'Informazione e della Comunicazione

La migrazione dei lavoratori da agricoltura e industria a terziario (elaborazione di conoscenza e servizi) è accompagnata da aumentato rendimento del lavoro dato dalla Tecnologia dell'Informazione e della Comunicazione. I colletti bianchi addestrati sono produttivi più del doppio più rispetto a 10 anni fa (dal 1960 al 1990 la produttività era cresciuta solo del 60%). Però i redditi e il PIL sono aumentati in misura meno che proporzionale. Perchè? In quanto segue esamino tre ipotesi intese a spiegare questo squilibrio. Si noti che non è il solo: la velocità dei PC e dei canali Internet è aumentata di centinaia di volte.
La prima ipotesi è che il ritardo di redditi e PIL sia dovuto alla produttività calante dei lavoratori non ICT (conseguenza del digital divide fra i lavoratori alfabetizzati in informatica e quelli restati a stadi di addestramento primitivi. Ma il digital divide grave non separa gli informatizzati da: incolti, vecchi, donne, abitanti in zone sperdute. Separa, più gravemente, nazioni avanzate (Svezia, Finlandia, Irlanda, etc.) da arretrate (Italia, Portogallo, Grecia). I rimedi, come già anticipato, sono da cercare nella creazione di istituti di studi avanzati e nella disseminazione di modi di studiare più efficienti.
Una seconda ipotesi è che lo squilibrio citato dipenda dalla congestione dei canali di comunicazione, che è sempre in agguato. Questo inconveniente si potrebbe evitare organizzando lavoro e comunicazione (nella logica e nello spazio).
Una terza ipotesi è che i lavoratori di concetto (informatizzati) siano troppo pochi e poco addestrati ad aumentare il valore aggiunto dei contenuti. Soprattutto è carente l'abilità di comunicare. Teorie, procedure, progetti, innovazioni di valore anche notevole restano lettera morta perchè gli originatori non sanno trasmetterli. Producono testi male organizzati, scritti in linguaggi gergali, enormemente prolissi: inadeguati ad essere compresi dai destinatari. Quando questi siano decisori ad alto livello, manca l'approvazione del progetto e il rendimento del lavoro precedente scende a zero. E' necessario, quindi, un addestramento mirato alla qualità della comunicazione. Vanno create scuole di qualità per editor e comunicatori professionisti nell'uso di tutti i mezzi di comunicazione. L'istruzione continua (lifelong learning) in questo settore deve implicare un ritorno all'uso del linguaggio articolato. L'uso di testi costituiti da sequenze di titoli (tipo powerpoint) distrugge spesso il contenuto informativo dei messaggi e blocca la trasmissione di informazione e conoscenza. Campagna analoga va condotta per liberarci dal barbaro uso di icone: vaghe, fuorvianti e non rintracciabili.
Per individuare soluzioni adeguate a incrementare produttività, valore aggiunto, PIL occorre anche sfatare miti. Fra questi, il mito della creazione di un ambiente intelligente. L'obiettivo sarebbe di inserire intelligenza in ogni oggetto e in ogni canale che ci attornia. Ma l'ambiente non può essere intelligente, se gli operatori addetti a costruirlo, di conoscenza ne hanno poca e se non si attagliano i formati ai diversi tipi di destinatari. Altro mito è quello della necessità di operare da postazioni mobili. La connessione via radio (WiFi) è utile, imminente e inarrestabile, ma si lavorerà più efficientemente in rete non dall'auto o in aereo - piuttosto da una miriade di postazioni fisse a disposizione del pubblico in alberghi, stazioni, aeroporti e in ogni luogo ove transitino e attendano lavoratori e pubblico.
In conclusione: scienza e progresso tecnico sono fattori vitali per progresso e salute della società e degli individui. I loro apporti, però, devono essere integrati prestando attenzione ai fattori umani. Vanno utilizzati a tale scopo strumenti, moduli e controlli di qualità scelti fra quelli innovativi, ma anche fra quelli numerosi forniti da tradizioni millenarie.
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