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ENZO APARO E GLI ALBORI DELL'INFORMATICA
di Roberto VACCA - L'Unità 20 febbraio, 2003

Era affascinante stare all'avanguardia e lavorare con un computer che faceva 1000 operazioni al secondo. Era l'avvenire e nel 1955 lo intravedevamo appena. Non avremmo creduto mai che meno di mezzo secolo dopo avremmo avuto sul tavolo a casa macchine un milione di volte più veloci, con memorie 100.000 volte più capaci - in un volume 10.000 volte più piccolo.
Il Prof. Mauro Picone, genio del calcolo infinitesimale, aveva fondato da decenni l'Istituto per le Applicazioni del Calcolo (INAC). Decise di equipaggiarlo con un calcolatore elettronico moderno e scelse il Ferranti Mk1 che fu ribattezzato FINAC. La macchina derivava da quella dell'Università di Manchester cui aveva lavorato anche Alan Turing. Dato che conoscevo già l'algebra di Boole ed ero elettrotecnico, Picone mi assunse per manutenere quella macchina, che funzionava con valvole elettroniche e si rompeva in media una volta al giorno.
Enzo Aparo era stato assistente di Picone quando io studiavo ingegneria - e insegnava in modo molto più comprensibile del suo maestro. All'INAC mi insegnò i rudimenti della programmazione dei computer. Lui elaborava metodi avanzati di soluzione numerica di problemi matematici complessi. Discutevo con lui i miei interessi di logica matematica e di teoria dei numeri. L'ambiente era stimolante. Wolf Gross, malgrado la sua pigrizia, produceva a getto continuo innovazioni nel calcolo numerico, nella logica e in tanti altri settori della matematica. Corrado Boehm inventava software di programmazione automatica simbolica e gettava le fondamenta dei suoi studi sul lambda-calcolo (ora in inglese una certa procedura matematica che lui ha introdotto si chiama "boehming").
In quel contesto imparai cose utili per l'ingegneria dei sistemi. Con la FINAC fu risolto un sistema di 400 equazioni lineari in 400 incognite per controllare il progetto della diga del Vajont. I calcoli erano giusti ma non potevano prevedere l'enorme frana che avrebbe prodotto l'onda immane che invase il villaggio di Longarone uccidendo 2000 persone. La diga resse, ma geologi e progettisti avevano trascurato variabili vitali.
Noi modificammo quel computer introducendo un'istruzione per rivelare automaticamente gli overflow (errori che si verificano quando si generano numeri troppo grandi per essere espressi correttamente) e per calcolare in doppia precisione (con 80 bit). Intanto un tentativo più ambizioso era condotto all'Università di Pisa: progettavano e costruirono il primo computer italiano. Alcuni di quel gruppo realizzarono poi i computer Olivetti ELEA. Fu un'occasione per far entrare l'Italia nell'alta tecnologia avanzata. Ma andò persa. La divisione computer della Olivetti fu ceduta a General Electric-Bull e poi si disperse. Forse una causa tragica di quell'insuccesso fu la morte immatura e improvvisa di Mario Tchou, grande manager sino-italiano. Dopo quegli inizi entusiasmanti in Italia gli studi e le realizzazioni di computer si affievolirono e scomparvero. Sembrò che si verificasse un ritorno di fiamma nei primi anni 80 con i PC Olivetti, ma la leadership non fu mai raggiunta. In Italia nessuno vuole imparare la lezione che hitech e valore aggiunto si producono solo creando tante scuole in cui la qualità dell'insegnamento sia alta e controllata e inventando nuove imprese. Una eccezione notevole, nell'hardware avanzato (semiconduttori) è l'Ing. Pasquale Pistorio, presidente della STMicroelectronics. Altrimenti il panorama italiano attuale è desolante: le variabili che misurano successo, capacità, potenziale di innovazione e di ricerca, hanno valori che sono circa la metà della media europea e un terzo di quelli statunitensi. Ad esempio: per ogni 1000 lavoratori in Europa ci sono 5,3 ricercatori - in Italia solo 3,3; ogni 100.000 giovani fra i 25 e i 34 anni, conseguono un dottorato in scienza o tecnica 55 europei, e solo 17 italiani. L'Italia investe ogni anno in ricerca e sviluppo l'1% del PIL contro una media europea dell'1,9% e così via.
In questa situazione anche scienziati di valore come Enzo Aparo hanno avuto le ali tarpate. "Poi che non è dato mostrare con altre imprese altra virtute", come diceva Machiavelli, Aparo fondò a Roma una scuola di ricerca operativa e strategie decisionali riprendendo i suoi studi di teoria dei giochi e dei grafi. Era uomo di grande fascino e calore umano. Studiò e insegnò molto. Suo figlio Andrea (un manager moderno, scientifico e umanistico) mi ha scritto:
"Se n'è andato come avrebbe voluto. In una bella giornata, nei Caraibi, con il mare negli occhi ed il profumo del bello tutto intorno. Senza dolore, senza disturbare nessuno. Nel suo stile - da nobile antico siciliano qual'era."
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Chi voglia sapere di più sugli albori dell'informatica in Italia può accedere a: www.area.fi.cnr.it/r&f/n10/andronico.htm .