"Presidente, la tragica morte dell'agente Annarumma durante lo sciopero dell'altro ieri ha aperto gli occhi a larghi strati ..."
Il Presidente teneva il microtelefono rosso premuto forte contro l'orecchio. Rispose:
"Si, certo, certo. Ma ancora la tendenza generale è troppo lassista, troppo poco preoccupata dei veri pericoli. Qui occorre un'azione forte. Occorre fare chiarezza."
"Be' abbiamo preso già provvedimenti severi.."
Il Presidente lo interruppe, perentorio.
"Non ci capiamo. Guardi che non è così. Preghi Sua Eccellenza di contattarmi urgentemente." - fece un gelido sorriso alla sua grande stanza vuota e aggiunse: "Gli dica: alle ore subito. Lui capirà."
Più tardi quello stesso pomeriggio, Sua Eccellenza sedeva davanti alla enorme scrivania del Presidente. Il piano del mobile era sgombro e le mani magre del Presidente lo accarezzavano di continuo.
"Eccellenza, mi hai deluso. I provvedimenti che hai preso sono inadeguati. Mi avevi parlato di un evento drammatico che svegli la gente. Sono parole tue. Le ricordo perfettamente. Sai che ho una memoria di ferro."
Sua Eccellenza annuì. La faccia del Presidente non cambiò espressione. Sembrava scolpita nel legno. Continuò:
"Non ho visto eventi drammatici. Ce ne vuole uno che costituisca un messaggio forte, un messaggio scritto col sangue. Purtroppo deve essere il sangue di tanti innocenti. Non sappiamo chi siano, ma si devono sacrificare per evitare mali peggiori. Sono stato chiaro? La gente deve capire che esiste un pericolo grave di guerra civile che potrebbe comportare centinaia di migliaia di morti. Dobbiamo evitarlo e per questo occorre questo sacrificio. Mentre lo dico, il mio cuore è pesante. Ma non c'è scelta."
Sua Eccellenza annuì serio.
"Presidente, capisco. A mali estremi ... Ora vedrò io personalmente." - fece una lunga pausa - "Be', personalmente nel senso che mi accerterò. Però l'operazione sarà asettica. Nessuno potrà risalire ... Non commetteremo nemmeno leggerezze del tipo Oswald: un colpevole prét-à-porter che muore il giorno dopo. Lasceremo..."
Il Presidente assunse un'espressione annoiata. Fece di sì con la testa due o tre volte e con la mano faceva segnali vaghi come per allontanare da se l'intera questione.
"Come ho già detto in precedente occasione, non voglio nemmeno sapere." - indicò la porta - "Vai, vai. Non voglio sapere."
Sua Eccellenza fece un rispettoso cenno di testa e uscì.
* * *
La nebbia copriva le conifere verdi scure, quasi nere, sul costone dell'Appennino che sovrastava la Badia medioevale. Nel porticato quadrato al primo piano faceva freddo e il Presidente si stringeva bubbolando nel suo lungo cappotto nero. Si strofinò il naso arrossato con un fazzoletto candido e rientrò nella lunga galleria dalle pareti di mattoni nudi. Senza esitare, si diresse verso una porta di quercia. Colpì quel legno tre volte con la mano aperta e attesa una parola di assenso appena udibile.
All'interno un frate grasso e triste con i capelli grigi lisci a raggiera intorno alla grande chierica rasata, si alzò d'impeto dal suo inginocchiatoio facendo svolazzare la sua grande tonaca bianca e nera. Il Presidente disse:
"Padre Oliviero, sono venuto a confessarmi."
"Inginocchiati, figlio mio e parla."
Il Presidente aveva preparato accuratamente quel che voleva dire e cominciò senza esitare.
"Padre, benedicimi perché ho peccato. Dei peccati veniali non parlo. Alcune manifestazioni di ira. Alcune affermazioni non rispondenti alla realtà, fatte anche in pubblico. Alcune ingiustizie nel trattamento dei collaboratori. Cose di poco conto e ne sono pentito."
Prese il fiato.
"C'è una cosa più grave. Ho esortato - non posso dire ordinato o comandato - un alto funzionario dello Stato a organizzare un attentato in cui muoia qualche decina di persone. Ho ritenuto che sia essenziale affinché la responsabilità possa essere attribuita - ma tacitamente, magari senza processare innocenti - ai sovversivi di sinistra. Sono loro con tutte le loro denominazioni, i loro partiti o partitini, i loro gruppetti che rappresentano il rischio vero. Sono i gruppettari i veri responsabili. Sono loro che in certo senso, letterale però, mi hanno forzato a compiere questo atto tremendo. Ma io lo considero come un messaggio al popolo: che si guardi dai rischi della guerra civile, del caos, della distruzione di tutti i valori alla base della nostra società, della civiltà. Mi rendo conto che è peccato grave, ma, ripeto, lo ho ritenuto un sacrificio inevitabile. Doveroso."
Alzò gli occhi miopi a guardare il frate. La sua palpebra sinistra era agitata da un tic. Si attendeva uno scatto d'ira del religioso. Invece Padre Oliviero aveva chiuso gli occhi. Mormorò:
"Questo suggerimento, questa esortazione, faresti in tempo a ritirarla, annullarla - dare un contrordine?"
"Non lo so. Forse no. Ma, anche se potessi, non lo farei."
Padre Oliviero spalancò gli occhi.
"Figliolo, ma mi prendi in giro? Chiedi l'assoluzione di un peccato ancora non compiuto nei suoi effetti e di cui non sei nemmeno pentito? Oh! Via! Via! Via!"
Il Presidente ammise:
"Mi aspettavo, in effetti, che..." - ma il frate lo interruppe:
"Figlio mio! Dovevi aspettarti tutto. Dovresti sapere che l'assoluzione è negata per le stragi. Non te la potrebbe dare un povero frate come me. Dovremmo chiamare in causa il vescovo. Ma qui c'è di peggio!"
Si alzò in piedi torreggiando sul Presidente ancora inginocchiato.
"Qui, sicut antea dixi, tu vuoi fare come il conte di Montefeltro che nel 1298 fu incaricato da Bonifacio VIII di portare ai Colonnesi la sua promessa che li avrebbe assolti da una sua scomunica se gli restituivano la città di Palestrina, mentre invece, una volta riavutala, l'avrebbe distrutta. Per convincerlo a compiere questa infamia, il papa lo assolse in anticipo. Ma quando il conte morì venne un diavolo a reclamarne l'anima perché quell'assoluzione non era valida. Sai la storia, no?"
Il Presidente citò:
"Ch' assolver non si può chi non si pente,
Ne' pentere e voler insieme puossi
Per la contraddizion che nol consente."
Si passò una mano sulla fronte.
"Mi pare sia il ventisettesimo canto dell'Inferno."
Il frate bofonchiò:
"Non so che canto sia. Certo è l'Inferno - e l'inferno è il luogo in cui andrai con queste tue azioni. E tu volevi da me 1'assoluzione! Ti dirò come il diavolo disse proprio al conte di Montefeltro: "Tu non pensavi che io loico fossi". L' assoluzione ... l'assoluzione."
Il Presidente si alzò con fatica dall' inginocchiatoio.
"Non volevo 1'assoluzione. Volevo solo scaricare una parte del mio fardello. E' come una medicina amara che devo prendere ..."
Il frate lo fulminò.
"Non continuare! Se dici che e' un calice amaro, bestemmi Cristo che lo bevve davvero e si lasciò uccidere, senza uccidere nessuno - lui."
II Presidente si mise a sedere e mormorò:
"Certo che il Cristo ha sofferto. Però il Suo nome è benedetto da tutti i cristiani. Forse Giuda ha sofferto ancora di più per la sua disperazione, il suo pentimento inutile, il disprezzo e la maledizione di tutti. La consapevolezza di diventare il paradigma del tradimento. Ho letto un racconto in cui Giuda veniva raffigurato come il vero figlio di Dio perché aveva preso su di se la sofferenza ultima, estrema. Mi sento un po' come Giuda in questo frangente."
Frate Oliviero gli mise una mano sulla spalla.
"Io non ho letto questo empio racconto e avresti fatto bene a non leggerlo nemmeno tu. Figlio mio, ricorda che Giuda si impiccò. E questa la fine che vuoi fare?"
"Padre Oliviero, non lo so nemmeno io. So soltanto che devo fare il mio dovere, quello che considero il mio dovere."
Il frate scosse la testa senza parlare. Pensava:
"Che abisso di confusione e di perfidia! Ma che grandezza ..."
Invece ad alta voce disse:
"Non userò invettive per rispetto alla tua maggiore età e alla tua importanza secolare. Però ti ammonisco che stai sulla via della perdizione. Stai commettendo una serie di peccati mortali tremendi. Stai uccidendo innocenti. Stai inducendo in tentazione coloro che dovranno eseguire materialmente questi crimini orrendi. Stai mentendo non in privato, ma verso tante persone, verso il popolo che dovresti, invece, servire. Questa è falsa testimonianza. E, infine il crimine di Lucifero: vuoi sostituirti a Dio col tuo orgoglio smisurato e la fiducia che vedi giusto, mentre sei in errore grave e perverso."
Si lasciarono senza altre parole. Il Presidente era un po' scosso, ma sempre sicuro di essere nel giusto. La mattina dopo all'alba la sua grossa vettura blu con la scorta lo venne a prendere alla Badia per riportarlo alla Capitale.
Il suo ritiro spirituale era finito.