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Giovani – PC, smartphone, playstation
Roberto Vacca, 14/1/2013

Pare che molti ragazzi e giovani stiano attaccati per giornate intere a PC, tablet,. smartphone, playstation. Chattano e si scambiano in tempo reale messaggini e link a video e vignette. Molto materiale è in inglese – abbastanza istruttivo. In parte è spiritoso – in buona parte modesto o sciocco. In qualche caso i ragazzi diventano così dipendenti da questi apparecchietti che non combinano più niente e vanno male a scuola. Alcuni genitori se ne preoccupano e lamentano gli “effetti deleteri della tecnologia”.

Ripetono che al tempo loro non succedeva e impongono limiti stretti di tempo entro cui sia permesso usare quelle connessioni, oppure fanno sparire del tutto i gadget.. È vero che quei gadget sono assuefacenti. Ci fanno evadere da situazioni poco gradevoli e ci immergono in ruoli fittizi – piacevoli, stimolanti, in cui abbiamo facili successi assicurati.

Non è una novità: molti dei nostri nonni sprecavano tempo giocando, a carte, a biliardo o assistendo a spettacoli modesti. Vincere partite a carte o a scacchi dà un certo piacere, anche se non siamo tanto bravi e abbiamo avversari poco abili. La letteratura di evasione è fatta di romanzi rosa o di avventure: ci immedesimiamo in personaggi drammatici e dimentichiamo le nostre noie. Alcuni di noi guardano film e per due ore assumono la personalità dei protagonisti.

Da quelle gratificazioni antiche, si è fatta molta strada. Invece dei rettangolini delle carte da gioco, abbiamo videogiochi molto realistici. Le immagini sono migliori di quelle del cinema. Dentro di esse siamo forti, agili e abili nell’uso di armi con cui sterminiamo nemici anonimi. Vediamo schizzi di sangue e, se veniamo uccisi, resuscitiamo subito. Nei videogame pilotiamo eroi ed eserciti e li possiamo vivere da lontano o ingrandire battaglioni e personaggi fino a riempire lo schermo. In giochi meno estremi usciamo da labirinti evitando fantasmini, colpiamo bersagli, distruggiamo muraglie, superiamo abissi, evitiamo trappole. I ragazzi hanno risorse, abilità, potere limitati.

È comprensibile che si attacchino a questi oggetti (che danno loro superficiali sensazioni di successi) anche in misura smodata. Se lo fanno fino a trascurare la loro evoluzione personale e l’apprendimento, se si distaccano dalla realtà, fanno male a sé stessi. Come evitarlo? Le proibizioni e i limiti imposti possono essere efficaci. In casi estremi sono inevitabili. Però sono misure analoghe ai regolamenti burocratici: ben radicati in contesti lavorativi non entusiasmanti e arduamente atti a stimolare creatività ed evitare abitudini malsane, come i coinvolgimenti eccessivi con i gadget. Con regole troppo strette, si allevano burocrati privi di immaginazione.

Piuttosto che mettere un ragazzo in un collegio in cui siano vietati tutti i gadget, è meglio motivarlo non argomenti veri. È vero che saper svolgere compiti difficili consente di avere impieghi interessanti e ben pagati. È vero che se capiamo il mondo naturale e quello artificiale, evitiamo errori e abbiamo a disposizione più scelte. È vero che studiare i meccanismi della biologia, della finanza, dell’organizzazione, della fisica è più divertente che studiare le regole dei giochi. Però non basta dirlo ai giovani, perché è anche vero che il mondo reale è più complicato dei giochetti e si fatica a capirlo bene. Le motivazioni giuste non vanno imposte, ma vissute. Faremmo bene a cambiare il mondo – non con riforme amministrative, ma creando ambienti in cui si parla (in modo abile, comprensibile, avvincente) di cose vere e interessanti. Se gli adulti parlano di argomenti evanescenti, di piaceri miseri, di pettegolezzi irrilevanti, non c’è da stupirsi che i giovani si consolino con giochi e chiacchiere da poco.