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industrie italiane ultime  Roberto Vacca

Le italiane, che Cenerentole
Un’unica attenuante: il regime fiscale non le aiuta

di Roberto Vacca -(Il Messaggero-27-10- 2003)

"Gli imprenditori privati sono motivati dal desiderio del profitto. Dunque faranno sempre il meglio che possono per essere efficienti. Così conseguiranno guadagni maggiori, faranno crescere l'economia e soddisferanno sempre meglio i loro clienti - fonte delle loro entrate."
Suonano plausibili questi ragionamenti. Invece è una leggenda. La sete del guadagno non è una molla adeguata: ci vuole altro. Bisogna gestire la qualità in modo totale, scegliere settori di attività in fase di sviluppo, progettare da competenti prodotti e servizi, scegliere materie prime di qualità, curare produzione, distribuzione, comunicazioni. Ricordiamo la semplice, approssimativa e ineluttabile legge della domanda e dell'offerta. Se la domanda cresce, salgono i prezzi e i produttori guadagnano di più. Questo riesce ai produttori che sanno fare cose che nessun altro sa fare: a chi inventa cose nuove e migliori di quelle tradizionali.
Quindi, soprattutto, occorre innovare e, quindi. investire in ricerca e sviluppo. La ricerca scientifica di base individua nuovi principi e fenomeni fisici. La ricerca applicata trova come applicarli in pratica. Così si creano nuovi settori industriali, si sviluppano nuovi prodotti e servizi. Materiali finora poco interessanti diventano fattori essenziali per creare valore aggiunto. L'applicazione dei risultati offre nuovi servizi e funzioni al pubblico.
Chi fa ricerca? Quanto ci investe? Gli inventori solitari esistono ancora, ma sono rari. La ricerca avanzata richiede squadre integrate di esperti ben addestrati e investimenti notevoli. Il numero di Ottobre di SPECTRUM, la rivista dell'IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers) pubblica la classifica delle cento aziende che nel mondo investono di più in ricerca. Questo studio riporta per ogni azienda l'investimento in R&D nel 2001 e nel 2002, il rapporto fra investimento e fatturato e l'investimento per addetto.
La Ford è al primo posto con un investimento di 7.700 milioni di dollari. La Broadcom Corporation americana (fabbricante di circuiti integrati (chip) per telecomunicazioni di ogni tipo) è al primo posto per il più alto rapporto (6,59%) fra investimento in ricerca e fatturato e per il più alto investimento annuo per addetto: ben 285.000 dollari. L'Italia è rappresentata dalla sola FIAT (46esima in classifica) che ha investito (nel 2002) 1.856 milioni di dollari(3,2% del fatturato: 10.000 dollari per addetto). In effetti, però, al 75esimo posto, con 1.022 milioni di $ (1,63% del fatturato - 24.000 dollari per addetto) appare la STMicroelectronics (semiconduttori, chip avanzati), azienda italo-francese con sede in Svizzera.
La tabella riassume i risultati: quante sono le aziende per ciascuna nazione, quanto investono tutte insieme e che proporzione del prodotto interno lordo di ogni nazione è costituita dal loro investimento cumulato. Quest'ultimo numero dà un'idea dell'importanza assunta in ogni Paese dalle

Nazione USA Giappone Germania Svizzera Svizzera Regno Unito
N° aziende
42
24
10
6
6
4
Investimenti
86,8
49,5
20,2
9,3
11,2
11,5
PIL 9.900
5.400
2.750
350
1.800
1.340
Investimenti in ‰ del PIL
8,76
9,17
8,12
26,5
6,2
8,6
Nazione Olanda Finlandia Svezia Canada Italia
N° aziende
3
1
2
1
1
Investimenti
6,4
3,24
4,1
2,3
1,86
PIL
510
170
290
790
1.250
Investimenti in ‰ del PIL
12,5
18,8
14,1
2,9
1.48

Ripartizione delle 100 aziende al mondo che investono di più in ricerca e sviluppo (Fonte: SPECTRUM IEEE, Ottobre 2003 p.33) .
La 3a riga "Investimenti" riporta la somma in G$ (miliardi di $) degli investimenti annuali di tutte le aziende di ciascuna nazione incluse nella lista. La 4a riga riporta il Prodotto nazionale lordo della nazione e la 5a riga il rapporto fra le due grandezze precedenti (moltiplicato 1000).
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aziende più innovative. Notevole il fatto che questo gruppo da solo investe più dell'uno per cento del prodotto interno lordo del Paese solo in 4 casi: Svizzera (al primo posto nel mondo con 2,65% del PIL) Finlandia (al secondo posto con 1,88% del PIL dovuto alla sola NOKIA), Olanda e Svezia. Altri cinque Paesi I(USA, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito) stanno poco sotto l'uno per cento; al 3 per mille il Canada e ultima l'Italia con l'1,5 per mille.
Queste cifre non sono del tutto affidabili. I libri contabili delle aziende spesso rispecchiano la realtà in modi distorti. Il management vuole dimostrare agli azionisti che non spende troppo in ricerca, perchè gli investimenti in ricerca assottigliano gli utili. (Secondo alcuni le spese in R&D andrebbero confrontate con gli utili e non con il fatturato). D'altra parte le aziende tendono a convincere il mercato che spendono in ricerca abbastanza da offrire garanzie di profitti futuri dovuti proprio all'innovazione. E, infine, non basta spendere in ricerca e sviluppo: bisogna che le spese siano oculate e fatte per finanziare progetti e ricercatori di valore - le cifre contabili non danno garanzie sotto questo rispetto. In ogni caso questo quadro andrebbe meditato. I decisori italiani dovrebbero trarne la conclusione (ovvia) che spendere in ricerca conviene. Non sembrano affatto inclinati a farlo. Forse bisognerebbe propalare la voce che spendere in ricerca porta fortuna!
C'è da fare un'ultima considerazione critica su questi dati. E' ragionevole attendersi che la sequenza dei numeri che misurano gli investimenti in R&D delle aziende più innovative o il loro numero segua la legge matematica trovata da V. Pareto. E' la stessa legge che rappresenta la distribuzione del reddito fra i cittadini di un singolo Paese. Accade sempre che il più ricco sia seguito dal numero 2, che ha un reddito molto inferiore (in genere circa la metà del primo). Poi i seguenti hanno redditi che decrescono lentamente, ma non tendono a diventare costanti. Ho analizzato le sequenze di numeri in tabella e, in effetti, seguono la distribuzione di Pareto - con l'eccezione del Giappone che riporta cifre (di numero di aziende e del loro investimento cumulato) circa del 50% più alti di quanto suggerito dalle formule. E' difficile spiegare questa discrepanza. Una prima spiegazione è che i giapponesi investono più del normale per rimediare al loro rallentamento economico. Una seconda spiegazione è che il valore dello yen è artificiale: i loro investimenti sembrano alti perchè i salari sono alti, mentre, rapportati al potere d'acquisto, dovrebbero essere svalutati.
Va osservato infine che certo gli industriali italiani farebbero bene a innovare di più, ma il regime fiscale non li incentiva. Le cose stanno per cambiare, ma sembra che fra breve sarà esente da tasse solo una porzione minima degli investimenti in ricerca. In USA e nel Nord Europa, invece, gli incentivi sono sostanziosi.