KARL MARX vide la luce. Non solo quella del sole che cita a pagina 1 del Capitale, ma l'idea folgorante del materialismo storico. Ma a quell'epoca gli sviluppi dell'economia e dell'industria erano modesti e recenti. Marx riuscì a spiegare parecchie cose: certo non tutte. Le sue teorie sullo sviluppo della società non servivano a fare previsioni. Dopo di lui altri pensatori misero a fuoco altri aspetti dei meccanismi di evoluzione della vita associata. Ciascuno ne ha visto un aspetto prima ignorato. Ha approfondito elementi più o meno importanti.
Cent'anni fa Thorstein Veblen dettò la teoria della classe inoperosa (the leisure class). Spiegò che i ricchi, non soggetti a orari, né a datori di lavoro, manifestano la loro importanza ostentando consumi dispendiosi e stile di vita comodo. Sono conservatori perché "l'invenzione è compito tipico delle classi basse ed è volgare". Si applicano a studi superiori astratti e staccati dalla realtà. Spesso coltivano scienze occulte. Si fanno riconoscere per un attaccamento ossessivo alla correttezza dell'ortografia inglese (spelling) "arcaica, ingombrante, inefficace, ma utile come segno di educazione conformista". Nel 1960 D. McGregor spiegò come dirigere meglio i lavoratori seguendo la Teoria X (motivazione, trasparenza, onestà) invece della Teoria Y (bastone e carota: regole ferree e controlli stretti).
Più recentemente taluno ha trattato i problemi di organizzazione sociale e aziendale, in modi umoristici. Parkinson teorizzò la proliferazione della burocrazia: "Il lavoro si espande fino a riempire il tempo disponibile. I manager moltiplicano i dipendenti e creano lavoro gli uni per gli altri." Il Prof. Peter ha suggerito il principio che i migliori tecnici e amministratori progrediscono nella professione fino a quando ciascuno raggiunge il suo livello di incompetenza. Queste teorie servono a ravvivare conversazioni scherzose. Hanno qualche base nella realtà, ma non ci aiutano a capire meglio la struttura della società e la natura dei cambiamenti in corso.
Infine ci sono autori pretenziosi che propongono spiegazioni paradossali e le gabellano per grandi scoperte. Fanno rumore, vendono libri e vengono ingaggiati come consulenti, talora con grande successo. La loro mercanzia non vale molto. Viene accettata per moda. Chi la sceglie ha la soddisfazione di sentirsi moprderno e spregiudicato. Fra questi si è presentato ora Richard Florida, professore di Sviluppo Regionale all'Università Carnegie-Mellon di Pittsburgh. Il suo libro si intitola L'ascesa della nuova classe creativa . La rivista Washington Monthly lo ha premiato come miglior libro di politica del 2003. Per saperne di più, leggere sul Messaggero del 17/11 l'intervista di Roberto Bertinetti (gentile e neutrale). Io qui sono più aggressivo e penso che i miei argomenti siano validi. Si può anche accedere al sito dell'autore (www.creativeclass.org) ove si può fare un test per determinare quanto siano creative un'azienda, una città o una nazione. Si tratta di un questionario: le domande che contiene, però, fanno cattiva impressione: sono inducenti. Cioè si capisce subito quali risposte l'autore consideri giuste, positive.
La tesi di Florida è scontata: più importante della produzione industriale è la creatività. Secondo lui prosperano i Paesi, le regioni, le città e le aziende in cui fioriscono di più i creativi, in cui l'atmosfera è vivace, in cui c'è più innovazione, in cui ci sono più librerie, più artisti, più stimoli. Potremmo trovarci d'accordo, ma ci attenderemmo ricette per produrre più valore aggiunto. Invece Florida di valore aggiunto parla appena. Va nel vago. Suggerendo le tre T: variabili chiave per creatività e successo - Talento, Tecnologia, Tolleranza (verso artisti, gay, bohemien, diversi) - si classifica già fra gli amanti di giaculatorie e allitterazioni. Vari sedicenti guru del management propongono le Sei Esse o le Tre Erre. Guardarsene.
Florida classifica i gruppi umani in base a 4 parametri. Da questi calcola empiricamente un "Indice globale di creatività" e attribuisce ranghi (posti in classifica). I 4 parametri sono: % dei creativi nella forza lavoro; uso e sviluppo di alta tecnologia; innovazione e diversità.
Il primo parametro è soggettivo perché non ci sono criteri sicuri per determinare chi sia creativo e quanto lo sia. Uno può sembrare creativo perché suggerisce novità, che poi si rivelano irrealizzabili o improvvisate. I pareri sulla creatività possono essere difformi. Esprimere il parametro con numeri è azzardato. Secondo Florida il 28% dei lavoratori Usa sono creativi (e solo il 13% di quelli italiani). Però mette insieme: scienziati, progettisti, pittori, pubblicitari, designer, musicisti. Queste categorie talora comunicano fra loro, ma spesso sono indipendenti. Le idee sulla divisione del lavoro di Adamo Smith sono ancora valide in larga misura.
Il secondo e il terzo parametro possono essere misurati in base a fatti (ma bisogna chiarire bene i criteri usati). L'autore cita la necessità di avere università e centri di ricerca avanzati. E' importante, ma più importanti sono i modi per assicurarne e controllarne la qualità. Rispetto a tale questione, sono meno vitali i discorsi fatti su incentivi e flessibilità.
La diversità, infine, è misurata come percentuale dei gay nella popolazione. Anche questo parametro presenta difficoltà di misura, che sono molto meno rilevanti della confusione di idee che implica. L'autore generalizza indebitamente. E' vero che l'area di San Francisco è molto creativa nelle arti e nell'alta tecnologia. E' vero che in quell'area gli omosessuali sono numerosi. Dovrebbe sorgere il dubbio che la coincidenza sia casuale. Accade spesso che due fenomeni siano strettamente correlati tanto che la correlazione statistica fra loro sia alta. La correlazione è più alta se due grandezze variano nello stesso senso. Vale 1 se sono proporzionali una all'altra. Vale zero se sono indipendenti. Vale -1 se sono inversamente proporzionali. Una correlazione alta non implica affatto un rapporto di causalità. Per evidenziarlo in un libro divulgativo di matematica che scrissi 15 anni fa, calcolati la correlazione fra il numero di personal computer usati in Italia e il numero di casi di Aids. Risultava alta: 0,87. L'ho ricalcolata ora con dati aggiornati: è 0,95. Non vuol dire che chi usa il computer si ammala di Aids - e non basta essere gay per diventare creativi.
Infine Florida cita l'Irlanda come esempio di creatività. E' vero: sta all'avanguardia in Europa per ricerca, innovazione, sviluppo. Però ho cercato su Internet e non ho trovato indicazioni che ci siano più gay a Dublino o Cork che non ad Atene o a Lisbona, capitali di nazioni meno creative dell'Irlanda. Sono più visibili le lesbiche irlandesi (www.angelfire.com/oh/leanow/lot.html) non so se Florida se ne accontenta.