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innovazione Italia ultima  Roberto Vacca

Innovazione, l’Italia è ultima .
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i Roberto Vacca -(ilMessaggero-11/08/2004)

Declini annunciati/ Le "pagelle europee" ai Paesi della Ue, agli Usa e al Giappone sono chiare. Abbiamo un record negativo. E nessun piano di emergenza per rimediare
Innovazione, l'Italia è ultima

E' un'immagine che dovrebbe marchiare a fuoco le menti dei nostri parlamentari, degli industriali, dei decisori. Dovrebbero conoscerla tutti gli italiani. Dovrebbero meditarla i professori e gli studenti. E' un semplice diagramma - e dimostra che in Europa siamo ultimi nell'innovazione. E' un triste primato negativo. Implica prospettive fosche per l'economia, per la cultura e per il benessere delle famiglie. Significa che l'Italia è avviata al declino. Contraddice chi assicura che la ripresa è imminente.
Il diagramma è il risultato dello studio pubblicato nel Novembre 2003 dalla Commissione Europea per confrontare l'innovazione e il relativo tasso di crescita nei 25 Paesi dell'Europa, in Usa e in Giappone (è intitolato European Innovation Scoreboard 2003 - Pagelle europee per l'innovazione 2003 ed è disponibile su www.cordis.lu). L'Europa è in ritardo crescente rispetto agli Usa e fra i Paesi europei ci sono disparità enormi.

Il diagramma riporta in ordinate gli indicatori di innovazione e in ascisse la loro crescita percentuale. E' diviso in 4 quadranti: i più forti innovatori sono Usa, Giappone, Finlandia, Svezia - e continuano a crescere in modo robusto; Germania, Francia e Olanda sono a buon livello, ma crescono poco - perdono impeto. Grecia, Portogallo, Spagna, Polonia, Ungheria, Estonia, Lituania, Cipro sono a basso livello, ma crescono velocemente: buona rimonta. Nell'angolo sinistro in basso sono Italia e Bulgaria, con innovazione minima e crescita minima.

Gli investimenti italiani (pubblici e privati) in ricerca e sviluppo come percentuale del Prodotto Interno Lordo restano da anni alla metà della media europea e a poco più di un terzo del livello Usa - e crescono più lentamente di quei livelli. E' una situazione tragica. Implica che la nostra industria non è competitiva e si avvia a esserlo ancora meno.

Il tema dovrebbe essere al centro dei dibattiti politici. Invece sui giornali e in televisione si parla di prezzo del petrolio, di tagli alle tasse, di coppie di fatto, di razzismo, di spettacoli, di terrorismo e di malavita. Questi sono temi rilevanti, ma la nostra carenza di innovazione lo è almeno altrettanto. Ripeto (come un "Carthago delenda est"): l'industria italiana non ha mai fondato un politecnico privato; fra le 100 industrie al mondo che investono di più in ricerca e sviluppo, solo una è italiana. Attendiamo con urgenza segnali forti da Luca Cordero di Montezemolo e da Pasquale Pistorio, che queste cose le sanno molto bene.
Sarebbe ragionevole attendere anche decisioni del governo di stimolare e incentivare la ricerca privata. Sarebbe vitale lavorare a un grande progetto comune per integrare la ricerca privata con quella pubblica. I modelli di successo sono ben noti: guardiamo a Finlandia e Svezia che investono (oculatamente) tre volte più di noi.
Ma restiamo delusi, se andiamo a guardare il sito www.murst.it del ministero per l'Università e la Ricerca Scientifica. Ci troviamo ancora un Programma Nazionale di Ricerca del Maggio 2002 e un Decreto di Sostegno alla Ricerca Industriale dell'8 agosto 2000, che hanno avuto scarsa efficacia. Ci troviamo dati su immatricolazioni di studenti e graduatorie, ma non c'è menzione delle Pagelle europee per l'innovazione 2003.

Attendiamo, intanto, ben più modestamente, il decreto ministeriale sui finanziamenti alla ricerca del 2004. Pare che arriverà a settembre - con 9 mesi di ritardo. Pare che non definirà alcuna programmazione pluriennale e che determinerà le varie voci in base a criteri discrezionali e non alla valutazione dei risultati raggiunti da ciascun ente di ricerca.
Fonti parlamentari indicano che il decreto prevederebbe per il 2004 finanziamenti per 1.639.700 con un aumento di solo 50.000 rispetto al 2003 corrispondente al 3,2%. A questo tasso di crescita recupereremmo il ritardo rispetto alla media europea (non ai primi in classifica!) in circa 23 anni - se loro stessero fermi. Invece progrediscono a velocità crescente. Per evitare un declino che ci porterebbe verso livelli da terzo mondo, occorre, dunque, un "crash program" - un piano urgente di emergenza.
Vanno coinvolti: politici, imprenditori, accademici, finanzieri, economisti. Va coinvolta l'opinione pubblica stimolata dai mezzi di comunicazione di massa. Investire in ricerca e sviluppo innovativi comporta anche sacrifici. Questi, però, non saranno mirati a tappare buchi del passato, ma a creare le premesse per una prosperità futura fondata su basi solide e non su finzioni contabili o su attività effimere.